lunedì 28 aprile 2008

Elenco 2001/2005


Hanno scritto di Pino Boresta

2001 Arianna Zuccaro; testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro nel novembre 2001.


2002 Valentina Storace; testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro a febbraio 2002.


2002 Francesca Sprecacenere; testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro ad aprile 2002.


2002 Luca Lo Pinto; articolo pubblicato sulla rivista "Numb" n. 13, dicembre 2002.


2003 Susanna Bianchini; testo scritto a seguito della personale "Artisti & Co.", al MLAC - Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma del marzo 2003.


2003 Maria Egizia Fiaschetti; testo scritto e pubblicato on line su Luxflux nel 2003.


2003 Caterina Iaquinta; testo dal catalogo della Biennale di Porto Ercole 2003.


2003 Maria Francesca Zeuli; testo dal catalogo "Città dis-continua", cARThusia 2003.


2004 Silvia Biagi; testo introduttivo scritto nel 2004 per la pubblicazione di un libro non realizzato.


2004 Francesca De Nicolò; testo dal catalogo "Presenze inconsuete", settembre 2004.


2004 Giulia Franchi e Francesca Messina; testi di due diverse mostre una intitolata "Guardami in faccia" 2004.


2005 Tommaso Alfieri; comunicato scritto in occasione della mostra "Simpers 05" nel febbraio 2005.


2001 Arianna Zuccaro



Intervento Urbano Non Codificato




Artista romano poliedrico e molto attivo.
Dopo un excursus tradizionale approda ad un tipo di arte sperimentale e anticonvenzionale, condivisa dai Situazionisti prima e da Luther Blissett poi, intrufolandosi ovunque nel tessuto sociale metropolitano e uscendo fuori dal sistema e da ogni schema.






Boresta cerca di rendere meno monotona e meccanica la vita dando ad essa un significato "altro": portando scompiglio, stupore e novità, scatenando "contaminazioni" tra se e la gente, suscitando così emozioni e reazioni particolari negli spettatori che divengo essi stessi co-autori delle sue opere e performance. Esegue tutto questo in molti modi diversi (sono quasi una trentina i suoi originali progetti di interazione col fruitore come "l’Ultimo Degli Sciuscià" o "Rifiutindagine", e il recentissimo "Lavavetri No Profit") emblematico è il Progetto Biglietto Arte messo in atto per la priva volta il 28 giugno del 1995 e apparso sul secondo numero del Bollettino di DisordinAzioni dello stesso anno; realizzato poi in varie date del ’96 fino al ‘97. Le nuove date di questo Evento-Intervento Urbano Non Codificato in cui timbrare un qualsiasi biglietto di linea di trasporto pubblico, compresi treno ed aereo, valido in qualunque città sono: 14 novembre, 28 novembre, 21 dicembre 2001 e 16 gennaio, 4 marzo, 20 giugno, 13 luglio, e 5 settembre, 2002. In questi giorni un banale biglietto diverrà "opera d’arte a tutti gli effetti"! Una singolare obliterazione artistica che insieme all’apposito tagliandino adesivo preparato e distribuito "ad arte", come per le volte precedenti, in zone strategiche della città dall’artista stesso trasformerà simpaticamente una giornata come tante. É l’arte che arriva per le strade, che si fa vita e "fa riflettere" così non solo l’artista ma chiunque ne diviene complice. Per ulteriori informazioni sull’artista riporto il link dove troverete un’interessante intervista con immagini:










Qui intervista:
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDCAtegoria=195&IDNotizia=2895


Arianna Zuccaro


Testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro nel novembre 2001.


In foto; Situazionisti durante una riunione, uno dei miei primi adesivi CUS si riconosce dal fatto che erano a colori, lato del cubo di Rifiutindagine, azione Lavavetri No Profit, io con un ticket opera del progetto P.B.A. timbrato da Raffaello Paiella che ha realizzato la composizione fotografica, fermata d’autobus in cui sul palo giallo è visibile foglio d’istruzioni e distribuzione dei talloncini per la trasformazione del semplice biglietto in opera d’arte.


p.s.
Pino Boresta un artista…situazionista ...estremamente interessante e creativo! L’ho conosciuto una decina di anni fa e posseggo una sua "opera" : un biglietto del bus timbrato il giorno deciso da lui! "28 giugno 1995".


Raffaello Paiella

2002 Valentina Storace


Non sono le B.R.

Pino Boresta è noto per quei bizzarri interventi urbani creati quasi nottetempo: autoadesivi riproducenti le sue smorfie ovali sovrapposti sui luoghi deputati alla Norma. Dove c'è una regola, o proposta di essa (segnaletica stradale, cartelloni elettorali e pubblicitari) Boresta appiccica, con ironia, una smorfia una boccaccia un "disordinamento". Ama usare anche materiali deperibili, recuperati e trasformabili come biglietti di autobus, microrifiuti, ecc. Spesso brandelli di quotidianità vengono utilizzati e riutilizzati per fermare attimi insignificanti della nostra esistenza. Brandelli di quotidianità per una riutilizzazione multipla finalizzata a fermare attimi insignificanti della nostra esistenza.















Boresta riutilizza e rettifica anche oggetti che hanno già un loro mercato. Con quest’opera (realizzata per la prima volta nel 1994) rivolta gli assuefatti del quotidiano, proponendo barattoli di fagioli il cui logo è la foto della sua faccia sempre ironica che rifiuta il formalismo del suo apparire. Lattine di cibo "industriale" dal sapore omologato. Ceci, lenticchie, fagioli distinguibili fra loro (verrebbe da pensare) solo per le diverse smorfie che Pino associa ad essi... Un gioco a dare identità a ciò che per definizione ne è priva: la merce. 



























In un'infinita gamma di deformazioni facciali, la centralità del corpo è affermata attraverso lo strumento della fotografia che fissa facce buffe, corporeità deformata e dilatata, che asseconda la cilindricità del barattolo per diventare etichetta senza mantenere alcuna..."etichetta". Riutilizza prodotti inscatolati pronti per l'uso che, per il gusto del gesto artistico, diventano B.R., sigla che non significa Brigate Rosse, ma più semplicemente Barattoli Rettificati



(Sbarattoliamo una Smorfia). Anche Boresta, come molti altri artisti, rifiuta l'allestimento canonico, il contesto museale, preferendo l'azione, il gesto come prodotto artistico che sa di familiare, di quotidiano, maneggevole, una sorta di usa e getta. Ma quello che non getta sicuramente via sono i materiali molteplici di documentazione dell'evento. I quali diventano anzi altra opera o mezzo per il passaggio dell'informazione. La smorfia, ci dice, è una risorsa indispensabile per poter risolvere, affrontare, modificare molteplici situazioni. Essa strappa sorrisi, avvicina, sdrammatizza, può evitare parole per comunicare ugualmente e forse più efficacemente desideri, sentori, dolori. Non è trascurabile il fatto poi che riutilizzare un prodotto preesistente, non tolga a quest'ultimo il suo scopo originario, ossia essere consumato (preferibilmente entro la data di scadenza riportata sul retro). Preparati al sugo o in umido, i legumi Boresta possono essere acquistati. Per proseguire il processo creativo innescato dal suo gesto e far sì che l'opera continui a durare nel tempo e a trasformarsi, un suggerimento: riciclate il contenitore per altri usi.

Valentina Storace


Testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro nel febbraio 2002

In foto; smorfie CUS su segnaletica stradale e su cartelloni pubblicitari, ticket rettificati, performance "sbarattoliamo una smorfia", barattoli rettificati.



Qui video di Sbarattoliamo una smorfia:
https://www.youtube.com/watch?v=svBTSU4TbYI
https://www.youtube.com/watch?v=b9HP_igN7-I
https://www.youtube.com/watch?v=arMz2YQSvRQ

2002 Francesca Sprecacenere


Cappotto Borsalino e una tazzina di?...












































(26 marzo 2002):
COME PINO BORESTA HA CONTAMINATO ARTISTICAMENTE LA NOSTRA GIORNATA




Lo scorso 26 marzo abbiamo incontrato Pino Boresta davanti ad un bar della Balduina. Cappotto, Borsalino verde, cartellina verde sgualcita. Allampanato e sorridente, il nostro artista ha partecipato all’incontro con curiosità e interesse. E ha finito col contaminare artisticamente la nostra giornata. Riportiamo qui di seguito domande e risposte:


Cos’e’ il Progetto Unghie Arte?
Quando vi tagliate le unghie, non vi è mai capitato di fermarvi sull'azione che state compiendo? Progetto Unghie Arte è un'opera d’arte che non potrebbe mai esistere senza la collaborazione del fruitore. E’ un’azione con la quale io, l’artista, invito le persone a tagliarsi le unghie e ad archiviarle in una bustina di plastica insieme ai loro – sommari - dati anagrafici. Le unghie, così archiviate, saranno esposte all’interno di una cornice, come un vero e proprio quadro. L’opera, tuttavia, non si esaurisce in questo elemento materico, nell’oggetto in sé. L’opera d’arte, secondo me, non consta di un oggetto di valore bensì in un’esperienza: nell’interazione tra artista e fruitore, che insieme fermano un atto insignificante dell’esistenza. L’opera d’arte, così intesa, prevale sull’oggetto in sé, destinato invece a trasformarsi, deperire, morire.

 























Esponendo le unghie in una cornice, non riconduce l’esperienza a degli elementi estetico formali?
Solo in funzione dell’allestimento della mostra. Cioè di uno scambio, in un determinato luogo e tempo, tra artista e fruitore. In un diverso e successivo allestimento potrei presentare la stessa idea, lo stesso progetto, in un altro modo. Quello che conta è l’esperienza che quest’idea è in grado di sollecitare in ognuno di noi.
L’attenzione al corpo e agli elementi di scarto, ai rifiuti, sono ricorrenti nella sua attività artistica?
Sono affascinato da tutto ciò che, soggetto ad una mutazione di stato, cambia. Il bello dell'arte è la sua naturale trasformazione nel tempo, la sua evoluzione.
E il significato muta?
In un’esperienza il significato è aperto, mutevole, molteplice. I situazionisti, di cui io mi sento figlio illegittimo, avevano già dimostrato con il "detournement" l’impossibilità di fissare una volta per tutte un unico significato.
Le unghie non possono anche essere considerate simbolo dell’aggressività che, in parte, regola i rapporti umani? o lo "scarto" di noi stessi, la parte di noi che vorremmo eliminare? Chiedere al fruitore di dare le proprie unghie, come parte di sé, non può evocare questi due aspetti?
Non l’ho mai sostenuto esplicitamente, ma se questo è ciò a cui avete pensato, in qualità di fruitori del Progetto Unghie Arte, vuol dire che l’opera ha suscitato in voi quello che io chiamo "il tempo psicologico della riflessione". Il fatto che una semplice azione quotidiana, compiuta di solito nella totale indifferenza, abbia sollecitato in voi delle considerazioni, fa di questa azione un’opera d’arte. Voi siete parte di quest’opera. Si è realizzata così una forma di comunicazione tra chi ha avuto l’idea e chi ne fruisce.

Francesca Sprecacenere




p.s.
Ah! Proposito conosci il film di fantascienza "Gattaca"? La trama è quella di un prossimo futuro dove l'ingegneria genetica prende il sopravvento, distinguendo gli esseri umani in "validi", concepiti in provetta col DNA modificato, e "non validi", concepiti tradizionalmente. Così, il protagonista Vincent Freeman, un non valido è costretto a falsificare la sua identità anagrafica per poter diventare un cosmonauta, interessante vero!
pino boresta


Testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro nel aprile 2002

In foto; Un mio autoritratto, Guy Debord, unghie in bustine donate per il progetto P.U.A. - Progetto Unghie Arte e cioè "Dammi le tue e io ti do le mie", due momenti di una performance riguardanti sempre lo stesso progetto, un manifesto del film Gattaca.

2002 Luca Lo Pinto





Un uomo una faccia





Avete mai notato, per le strade di Roma, l’immagine della smorfia di un’uomo attaccata nei luoghi più improbabili come cartelloni pubblicitari o segnali stradali? Sapete chi è? La risposta è l’ultima che vi potreste aspettare. Quell’uomo, infatti, è un’artista. E si chiama Pino Boresta. Fin dal 1994 è stato autore di numerose performance e azioni urbane, non solo in Italia, ma anche a Londra e in Germania. Dietro un aspetto apparentemente burlesco di questi lavori, molto vicini all’arte dei situazionisti, è interessante notare come Boresta, attraverso le sue autorappresentazioni, riesce a ricontestualizzare e decontestualizzare allo stesso tempo, nelle mente di migliaia di spettatori in/volontari, degli spazi urbani in/visibili come appunto i cartelloni pubblicitari o un manifesto elettorale. Un tipo di arte, questa, che sfugge
alle tradizionali regole e procedure del sistema dell’arte compreso il mercato; un’arte che ama si criticare il sistema artistico contemporaneo, ma, parallelamente,
tentare di costruire un’arte a carattere sociale, capace di creare uno stretto legame tra artista – opera d’arte - pubblico.




Lo stesso avviene nell’ultimo progetto dell’artista intitolato "Hey!…My friend what’s the matter?", che prende spunto da un fatto realmente accaduto che risale al 1989, quando Boresta viveva a Londra. Infatti, un giorno di dicembre, l’artista, dopo essere tornato a casa, assistette dalla finestra ad un suicidio senza intervenire, non volendo pensare che quella persona si stesse accingendo a compiere un atto così tragico. E rimase col rimorso di non aver nemmeno tentato di salvarlo, magari gridando "Hey!…My friend what’s the matter?" ("Hey!..Amico, qual’è il problema?" ). Adesso l’artista si rivolge al pubblico stesso, chiedendogli cosa avrebbe fatto al suo posto e se lo considera colpevole o innocente (potete anche voi partecipare a questo progetto visitando il sito www.arteutile.net/boresta/boresta.htm). Come in molti altri suoi lavori, Pino Boresta stimola un coinvolgimento attivo dello spettatore, che è invitato ad elaborare riflessioni personali e indipendenti su un fatto così particolare. Ci troviamo di fronte ad un tipo di arte, che tende quasi ad annullare l’azione manuale e la figura di artista-creatore, che, al contrario, tende qui a nascondersi e a far si che sia lo spettatore a creare l’opera (già Duchamp sosteneva questo). Un’artista difficile da inserire in qualsiasi etichetta storica e non, che lavora sul crinale tra arte e non arte (come nella performance "Un lavavetri a gratis" (Lavavetri No Profit) del 2001, realizzata a Trastevere, Boresta si era offerto di lavare i vetri alle macchine e donare i soldi che riceveva in beneficenza) e che spero, con questo articolo, di avervi fatto conoscere meglio o farvelo scoprire se ancora non lo conoscevate e che potrete vedere nel momento più inaspettato, magari alzando lo sguardo verso i segnali stradali di Roma.
Luca Lo Pinto

Pubblicato sulla rivista "Numb" n.13, dicembre 2002.

In foto; 3 Situazionisti, 2 L.N.P. – Lavavetri Not Profit., 3 foto del progetto C.U.S. - Cerca ed Usa la Smorfia,1 foto del progetto di web art "Hey! My friend what’s the matter?" , 1 Marcel Duchamp e 2 sue opere.

2003 Susanna Bianchini



Scusi, lei è Pino Boresta?




"Come faccio a spiegare a mia madre che quello che faccio serve a qualcosa"
Quale artista non se l’è domandato, vedendo lo sguardo perplesso della mamma davanti ad una tela imbrattata di colore o sentendo i progetti strampalati del figlio!
"Ma non potevi fare l’avvocato, l’ingegnere, il dottore?" Indubbiamente sono mestieri che assicurano il pane. Ma, come si può porre un freno al fuoco fantasioso dell’arte, non solo dipinta, ma "situazionista"?





Ne abbiamo parlato con Pino Boresta, artista dei mille festosi colori, di scena al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università "La Sapienza" di Roma. Oggi doppia inaugurazione: al piano terra, "Artisti & Co.", con molti ritratti variopinti di personaggi del mondo dell’arte ed uno speciale lavoro a sorpresa di Pino intitolato "Testamenti"; Dopo una veloce occhiata alla sala, mentre gli ospiti si affaccendano attorno al buffet, scorgo un ometto che non può non essere un artista: è vestito di grigio ma ha al collo uno spiccante foulard rosso a fantasia.




Mi avvicino:
"Scusi, lei è Pino Boresta?"
"Si."
"Posso farle qualche domanda?"
Il cervello mi si inceppa. Torno con la memoria ai quadri al piano di sotto: ritratti ad olio di artisti, critici e personalità del mondo dell’arte, ognuno dei quali caratterizzato, oltre che da tutti i guizzanti colori dell’arcobaleno, dal proprio nome, cognome e da un numero, scritti in basso in nero non col pennello. Non si può parlare di Espressionismo, perché i colori sarebbero più cupi. Questa è allegria allo stato puro, che a mio avviso caratterizza il super-creativo mondo dell’arte. Tra i tanti personaggi, c’è il ritratto della Professoressa Simonetta Lux, numero 244, con i capelli sparati in tutte le tonalità del giallo, bianco e nero; c’è Eva Marisaldi, numero 247, che guarda in basso, con il volto verde, rosa, giallo su un fondo di solidi geometrici. Non c’è un colore uguale ad un altro o una tonalità dominante; c’è Oleg Kulik, numero 238, con le due file di denti ben in vista ed il fondo a strisce colorate che si disegna attorno alla sua testa; c’è il numero 35, Cesare Pietroiusti, nel cui volto confuso dalla profusione di colori si notano solo gli occhi neri sbarrati. Di fronte, i misteriosi "Testamenti", su cui Pino ha voluto mantenere il più assoluto silenzio fino all’inaugurazione della mostra: tante piccole tele tutte uguali su cui sono stati impressi, attraverso il computer, caratteri grafici vari e variopinti che riprendono i colori dei quadri e che compongono, appunto, il testamento artistico del Sig. Pino Boresta. Ad esempio, una frase dice: "Questo quadro diverrà opera d’arte a tutti gli effetti solo se avallato da Achille Bonito Oliva". E la "A" di Achille è ricamata a mano con un filo di lana grossa. Oppure: "Questo quadro deve essere considerato opera d’arte solo fino al 30 dicembre 2081. Dopo tale data dovrà essere bruciato".
Mi viene in mente una frase da dire: "Certo che i Testamenti sono scritti come fossero le lettere minatorie di un serial killer, che prende le sillabe dalle riviste per non farsi scoprire dalla polizia..."







Che esordio. Pino si mette a ridere.
"Beh, ho voluto che fossero molto colorati, i colori mi piacciono molto. Ho giocato e ironizzato sul significato di opera d’arte, sulle modalità attraverso cui un’opera viene consacrata o declassata, sui limiti intellettuali del nostro mondo un po' elitario. Ci sono tanti altri quadri che non ho portato oggi, che dicono, ad esempio: "Questo quadro verrà considerato opera d’arte solo quando sarà acquistato da un macellaio"...la frase si spiega da sola." "Parlami dei ritratti. Come mai sono numerati come fossero le figurine di un album o le foto di un particolare archivio?" Chiedo.
"Perché è quello che sono", risponde Pino. E qui segue una storia molto interessante:

"Qualche anno fa, a Paliano, vicino Roma, io ed alcuni amici, grazie alla collaborazione del sindaco, abbiamo organizzato una residenza estiva per artisti, curatori d’arte e critici. L’abbiamo chiamata "Oreste". Passavamo le giornate a presentare i nostri lavori, a parlare dei progetti, a realizzare nuove idee e poi, dato che era estate, a fare bagni su bagni in piscina e scampagnate nei dintorni. Sono nate amicizie, amori, collaborazioni. E meno male che c’è stata questa idea, perché in Italia, se le iniziative non partono dagli artisti stessi, non si combinerebbe proprio niente. Da questa esperienza è nato il mio progetto di organizzare l’A.Q.P.A.C., ovvero un Archivio Quadrografico dei Personaggi dell’Arte Contemporanea: ho fotografato tutti gli ospiti di Oreste di quell’anno e dei successivi, perché poi l’iniziativa si è ripetuta, e ne ho fatto un album di figurine come quello dei calciatori. Poi, ho deciso di farne anche dei quadri perché, sai com’è, tra pittura e fotografia c’è sempre una bella differenza...per ora ce ne sono una trentina. E continuerò a dipingere perché le foto sono ancora tante, l’Archivio dovrà arricchirsi sempre più...certo...dipingerò finché reggo!" Dietro Pino fa capolino una bellissima bambina bruna, con due grandi occhioni ed un visetto vispo:
"E tu chi sei?" domando con voce scherzosa "Questa è mia figlia", dice Pino con un certo orgoglio. Si chiama Soele. E quando le chiedo se da grande anche lei farà l’artista come papà, nascondendosi timidamente mi risponde, giustamente:
"Non lo so..." "La prima esperienza di Oreste", continua Pino, "è diventata un libro ed un convegno tenutosi a Bologna che abbiamo chiamato ‘Come faccio a spiegare a mia madre che quello che faccio serve a qualcosa’. E’ proprio li che ha preso avvio il progetto dell’A.Q.P.A.C." E’ stata proprio una gran bella iniziativa. Me lo sono immaginato questa sorta di happening privato in cui un nutrito gruppo di artisti si è trovato a confrontarsi e a discutere di arte, e lo vedo proprio come un esplosione di colore, come i ritratti realizzati da Pino, nati da una certa "situazione".
Tutto questo non poteva far altro che lasciare un’impronta duratura.
"Reazioni del pubblico?" E’ l’ultima domanda. "Positive e negative" mi risponde Pino "Ma è bene che ci siano punti di vista diversi, se no a che serve fare le mostre? Ad esempio, alcuni hanno trovato nei Testamenti delle discriminazioni, perché in uno ho scritto: "Questo quadro dovrà essere considerato..eccetera..eccetera...solo quando sarà acquistato da un omosessuale". Il mio voleva essere un omaggio, non una provocazione. Ah, lo sai che giù abbiamo messo una macchina fotografica per dare la possibilità al pubblico di entrare a far parte del nostro Archivio? Vai a farti la foto!"
Già fatto. Non me lo sono certo fatto dire due volte. Lo ringrazio e lo saluto.

Susanna Bianchini


Testo scritto a seguito della personale "Artisti & Co. ", al MLAC - Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza, Roma nel 2003

In foto; volantino Situazionista, io e il mio foulard (foto di R. Paiella), 2 ritratti 2 testamenti 1 macellaio, bustina originale delle figurine dell’Album di Oreste Uno, due momenti della residenza divenuti anche figurine, foto di Susanna Bianchini in archivio AQPAC.

2003 Maria Egizia Fiaschetti



Overdose di colori






Il carnevale vip di Pino Boresta: benvenuti nel gotha dell'arte



Un rutilante vibrare di tinte vivaci e squillanti divampa sull'intonaco bianco della sala inferiore del Museo Laboratorio di Arte Contemporanea. E' tempesta cromatica, overdose di colori che inebriano i sensi e saturano lo spazio espositivo, lo azzerano trapassandolo con l'eco amplificata dei loro battiti sonori. Si propagano all'esterno, s'irradiano come pulsazioni martellanti e ipnotiche, che invitano inesorabilmente il passante a varcare la soglia, ammaliato dal fascino capzioso e suadente del colore. Per questo Pino Boresta, dopo aver attraversato gli ambiti più diversi e, talvolta estremi, della ricerca artistica, recupera una prassi tanto tradizionale, quanto efficace come la pittura: linguaggio universale, diretta emanazione dell'atto comunicativo, medium duttile e immediato, tramite il quale manifestare la propria volontà d'essere; una sintesi mirabile di talento tecnico e sguardo prensile sulla realtà, che non si limita alla sua copia conforme, ma a rifarla concretamente, in sincronia con i rintocchi dell'anima. L'artista, dunque, riscopre l'immenso potenziale creativo della pittura, capace di distillare nella velocità del tocco la profondità di un'azione etica. Non a caso, Boresta sceglie il ritratto, troppo spesso imbalsamato nella sterile gerarchia dei generi, votato al culto della personalità, o all'esaltazione del mestiere pittorico. Il ritratto, al contrario, stabilisce un particolare flusso dialettico tra l'artista e il suo modello, sul crinale instabile e sdrucciolevole tra identità e alterità. Plasmando la materia densa e pastosa del colore, l'operatore estetico ri-crea se stesso e l'altro da sé nel processo dinamico del loro relazionarsi. E' emblematico che Boresta selezioni un particolare target, riassunto nella sigla A.Q.P.A.C.: Archivio Quadrografico dei Personaggi dell'Arte Contemporanea. Sono le "icone" di un olimpo mitico ed elitario, bersaglio costante dei suoi strali polemici; volti "scolpiti" a colpi di pennello, forgiati dalla consistenza solida e grumosa dell'impasto, circonfusi di un'aureola sfavillante di colori, eminenze celesti e iperuraniche! Bastano pochi tratti a identificare i personaggi, segno che la loro popolarità li rende facilmente riconoscibili. Ciononostante, l'artista dota ciascun ritratto d'informazioni dettagliate su nome, cognome e numero relativo all'ordine di compilazione. Tale operazione suggerisce l'intento di non allestire una galleria di ritratti illustri, intrappolati nella condizione sepolcrale di effigi monumentali, ma di rianimarli a contatto con il pubblico, trascinandoli nel vortice dell'esistenza. Allora, quelle facce imbrattate di colore diventano, paradossalmente, altrettante figurine da archiviare in un ipotetico album. Al fruitore il compito di reperire, raccogliere e arricchire la collezione nel tempo. Il progetto è aperto, infatti, alla partecipazione di chiunque voglia farsi fotografare il giorno dell'inaugurazione, o inviando successivamente all'artista una propria foto formato tessera. Il "situazionauta" Boresta segna, così, un altro punto a suo favore: profanando il sacro tempio dell'arte, ne provoca la precipitazione fenomenica, il violento riflusso nel magma dell'esperienza vissuta. Chiunque può appropriarsi quelle immagini, scardinando il tradizionale assetto gerarchico che contrappone radicalmente pubblico e critica, militanti dell'arte e nomadi metropolitani. Motto di Boresta e titolo della mostra è proprio "Artisti & Co.", all'insegna di un rinsaldato legame arte-vita. Attento osservatore della contemporaneità, l'artista cerca di attuare tale pacificazione, utilizzando le attuali strategie comunicative che più impattano l'audience. In una società che produce e consuma in massa le immagini, tradotte in valore economico, l'artista detiene il compito di riaffermare la loro intrinseca funzione etica e gnoseologica. Da qui, la necessità di evadere dai tradizionali luoghi e cliché dell'arte, per rituffarsi nello sciabordio dell'esistenza. Le logiche della comunicazione mass-mediatica e dell'advertising sono letteralmente scardinate, depistate sul binario morto dell'ironia e del non-senso. Lo sticker, il gadget fetish-kitch si trasformano in arma pacifica di manipolazione estetica, d'intervento nello spazio della vita, rivendicando la volontà di partecipare all'ipotesi progettuale di una nuova società, collegialmente costruita. Completa la mostra "Artisti & Co." la serie inedita dei Testamenti: sentenze lapidarie in forma di collage pittorico, lettere ritagliate e ricostruite in sequenza, come il messaggio shockante di un serial killer! In realtà, l'ironia tagliente di Boresta scaturisce, ancora una volta, dall'atmosfera apparentemente noir dei lavori. L'artista ci fa depositari del suo testamento: "Questo quadro diventerà un'opera d'arte a tutti gli effetti, solo il giorno in cui sarò invitato a partecipare alla Documenta di Kassel" . Un'amara riflessione sulle dinamiche interne al sistema dell'arte ma, al tempo stesso, uno stimolo a rivitalizzare la sensibilità estetica dei fruitori, arbitri indiscussi del gusto, per quanto storditi dal megafono dei media e indottrinati dalle omelie dei troppi critici-vati.

Maria Egizia Fiaschetti





Testo scritto a seguito della personale "Artisti & Co. ", al MLAC - Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza di Roma nel 2003 e pubblicato on line.

In foto; particolari di un quadro, due ritratti del progetto A.Q.P.A.C. - Archivio Quadrografico dei Personaggi dell'Arte Contemporanea ed una serie di studi disegnati per poi realizzare i quadri, due quadri del progetto Testamenti.






2003 Caterina Iaquinta

Marchio d’artista








Il progetto C.U.S. (Cerca e Usa la Smorfia) è uno degli interventi più noti di Pino Boresta che dal 1995 ha fatto del suo volto uno dei più diffusi e conosciuti nelle principali città d’Italia e soprattutto a Roma. Con questo progetto, Boresta, ha dato vita ad una serie di interventi incollando su segnali stradali, cartelloni elettorali e pubblicitari una sua piccola foto ovale e autoadesiva che riproduce il suo volto deformato da una smorfia, che può essere di volta in volta un ghigno, o un’espressione di stupore, sofferenza e disgusto. Utilizza così il suo corpo, con una forte carica comunicativa in una vasta gamma di variabili "….a cosa servirebbero le molteplici possibilità di movimento del nostro viso se non a farci assumere sempre nuove espressioni. Bisogna indagare le possibilità espressive del nostro viso perché queste possono risultare utili a noi come agli altri" afferma lo stesso artista. E quest’aspetto non tralasciando quello ludico della sua opera, si è perfettamente inserito in una dinamica di detournement situazionista, una sorta di disorientamento legato a una sottile deviazione del senso comune e delle convenzioni sociali, che permette al nostro artista attraverso minimi interventi nell’ambiente cittadino e su prodotti di uso e consumo (B.R:, i Barattoli Rettificati) di coinvolgere attivamente lo spettatore in "riflessioni indipendenti e personali". Nel caso specifico, la smorfia, assume però anche un valore di marchio o logo dell’artista stesso, con l’unicità e fondamentale peculiarità di non essere legato a nessun aspetto pubblicitario finalizzato alla commerciabilità di un prodotto in un’epoca in cui è il marchio stesso a dettar legge e il grido di guerra delle nuove multinazionali è: "marchi non prodotti" in una dinamica in cui le "aziende si vedono promotrici di significati e non produttori di merci" ("No-Logo" di Naomi Klein).

Caterina Iaquinta

Dal catalogo della Biennale di Porto Ercole 2003

In foto: 2 foto del progetto CUS, Situazionisti in azione, Sbarattoliamo una Smorfia, Naomi Klein.




Qui il WEBArt project No_logo CUS:



http://www.aevum.it/no_logo/no_logo_e.htm






2003 Maria Francesca Zeuli

Ecce Smorfia



Per cARThusia 2003. Città dis-continua Pino Boresta ha immaginato Ecce Smorfia, una performance che fonde due elementi importanti della poetica: L’attento esame alle possibilità espressive dell’uomo, per un utilizzo anticonformista e acutamente provocatorio, e l’intervento urbano discreto, ma persistente, reiterato, capillare.

Le smorfie segnali della propria presenza, straniante e burlescamente insolente, disseminate negli spazi cittadini. "Uno dei miei intenti principali è quello di voler coinvolgere attivamente il fruitore nell’opera" (Pino Boresta-interventi abusivi, intervista di Ugo Giuliani, 13-07-01, in http://www.exibart.com/notizia.asp?IDCAtegoria=195&IDNotizia=2895. "Mi interessano gli artisti che creano il tempo psicologico della riflessione, che è tempo estorto alla banalità dei messaggi nel caos dei mezzi di diffusione di massa." ( Pino Boresta, Il Situazionauta, sito; http://www.piziarte.net/boresta.htm ). Al fine di coinvolgere il pubblico e stimolarlo a una risposta emotiva (Il riso, il disappunto, lo sconcerto, la sospensione) e attiva (la riflessione, la risposta 
scritta, l’atteggiamento mentale), l’artista propone una sequenza di smorfie, tanto più strane e grottesche, quanto sembrano rispecchiare, esasperati, i nostri stati emotivi, le nostre vicende interiori, che restano incompiutamente manifeste nelle nostre espressioni contenute, decorose, ma purtroppo, spesso ipocrite. Boresta ci invita a lasciar esplodere le smorfie che si formano e ci deformano intimamente, a liberarle sfogando le nostre verità, ristabilendo, così, dialoghi più autentici con la società con cui ci si confronta quotidianamente. È "necessaria soprattutto la costruzione di nuove situazioni (…) dove la condizione preliminare sia quella della ricerca di forme diverse di vivere" (ibidem), meno alienate, più coscienti. Al termine della performance il buffo si crina, il sorriso si spezza e progressivamente si stravolge in pianto profondo, desolato: è la più tragica delle tante possibili smorfie che dobbiamo imparare a usare e a leggere nei volti dell’universo cittadino, dimensione spersonalizzante, da ri-umanizzare attraverso il recupero delle consapevolezza che l’essere persona passa anche attraverso il recupero della consapevolezza che l’essere persona passa anche attraverso il grottesco, l’esasperato, il tenero, il ridicolo, il sofferente esprimersi di sentimenti tramite le smorfie che, per lo più inconsapevolmente, facciamo. Il valore della smorfia si intrinseca con la città; essa si moltiplica e si appropria abusivamente delle strutture metropolitane, integrandosi con cartelli stradali, pali della luce, muri e cartelloni pubblicitari, dando loro un nuovo senso: è un’operazione per la città, attraverso e a favore di essa. Lo scopo: attrarre l’attenzione dei passanti, stornando l’usuale lettura automatica degli elementi urbani, con la presenza ammiccante della faccia di Boresta su adesivi o volantini, appiccicati come avvisi pubblicitari, e stimolare una riflessione su società e pubblicità. La trasformazione di senso poi, contagia pure le persone, rendendole fruitori inconsapevoli di arte, ma più consapevoli della città. La performance si conclude con la lettura di un testo sull’importanza della smorfia; alcuni ragazzi indossano magliette con l’invito al pubblico a produrre smorfie e con immagini documentative di interventi urbani dell’artista.

Maria Francesca Zeuli



























Pino Boresta nasce Roma vive a Segni (Roma) e lavora tra Segni e Roma.
Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, Boresta realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è proprio la città. La ricerca di questo artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, cercando di renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie ad una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su adesivo, su un volantino trovato per caso nei muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.

M.F.Z.

Dal catalogo di "Città dis-continua", cARThusia 2003



























In foto; alcuni momenti della performance "Ecce Smorfia" 2003, 2 frame dal video "Io piango" Montescaglioso giugno 2000, intervento CUS Venezia 1997, io con magliette, adesivi interattivi ed una ragazza colta sul fatto.






Qui il trailer video Ecce Smorfie: