domenica 7 agosto 2011

Elenco 1993/2011

Hanno scritto qua e la di Pino Boresta:
Testi, lettere, commenti, comunicati, messaggi, email, articoli e stralci di articoli pubblicati e non.



1993 Stefania Di Mitri; testo elaborato dopo una visita al mio studio, un estratto è stato pubblicato sul catalogo “Il castello siamo noi”, fiera internazionale d'arte contemporanea Calcata 1993.

1994 Marina Frenquelli; stralcio da articolo pubblicato sul quotidiano “Velletri” il 30 luglio 1994.

1995 Barbara Martusciello; testo stilato in occasione della collettiva "Al Chiostro di S. Cosimato" e pubblicato sul catalogo autoprodotto nel maggio 1995.

1995 Anna Chiara Anselmi; estratto dall’articolo pubblicato su "Giorno e Notte" n. 42, del 31 maggio 1995.

1996 Alessandro Conti; estratto dall’articolo pubblicato su "Il Giornale" (Panorama – Roma), il 25 novembre 1996.

1997 Maria Campitelli; stralcio di articolo pubblicato sulla rivista d’arte “Artel” n.72 del 16/30 novembre 1997.

1997 anonimo; testo di una lettera anonima ricevuta nel novembre 1997.

1997 Anna Lombardi; testo pubblicato sul programma dell’evento “Sotto il cielo di Roma e Berlino” 1997.

1998 Maya Pacifico; stralcio di articolo pubblicato sulla rivista “Correnti di Marea” n.4 nel gennaio 1998.

1998 Cesare Pietroiusti; lettera di presentazione scritta il 28 febbraio 1998.

1998 Viviana Gravano; testo pubblicato sull’ Album Oreste Uno, da me autoprodotto.

1999 Luisa Perlo e Francesa Comisso; testo per una pubblicazione mai avvenuta.

2000 Gianluca Marziani; estratto dal testo pubblicato sul libro "Oreste alla Biennale", tradotto dalla versione in inglese dell’articolo “Stichers ideas-tagger actions” editore Charta.

2001 Pablo Echaurren; stralcio estratto da un testo pubblicato su “Posse” N° 2/3 gennaio 2001 edizioni Castelvecchi.

2002 Domenico Quaranta; testo pubblicato on line su Random Magazine l’11 dicembre 2002 e poi su altri siti Internet.

2003 Isabella Falbo e Giovanna Coppa; testo pubblicato sul catalogo “La febbre dell’oro” 2003.

2004 Giovanna Coppa; testo pubblicato sul catalogo “Torre d’avorio” 2004.

2004 Claudio Morici; stralcio dell’intervista a cura di Massimiliano Tonelli allo scrittore Claudio Morici pubblicata su Exibart.onpaper n.17 settembre/ottobre 2004.

2005 Francesca De Nicolò; testo pubblicato on line su Netartreview, Wikio ed altri siti Internet.

2005 Valeria Arnaldi; articolo pubblicato sul giornale (quotidiano) “Leggo” giovedì 3 marzo 2005.

2006 Anna Valeri Borsari; testo scritto di una corrispondenza via email del 2006.

2007 Redazione Exibart; pubblicato su Exibart.onpaper N. 42 agosto/settembre 2007 (speciale grandtour).

2008 Guglielmo Gigliotti; articolo pubblicato su “Vedere a Roma – Il giornale dell’arte” aprile 2008.

2009 Giacinto Di Pietrantonio; testo scritto di una corrispondenza via email del 2009.

2010 Luca Rossi; scritti estratti dalla sezione riservata ai commenti del sito di Exibart ad una notizia del 1 marzo 2010.

2011 Claudia Colasanti; testo scritto per la mostra “Fumo” e pubblicato on line su vari siti.






sabato 6 agosto 2011

1993 Stefania de Mitri


Carte scoperte

















Boresta è magro, esile. Di fisico asciutto e nervoso abitato di contrasto da un’indole quieta, paciosa, controllata. La sua interiorità è però in fibrillazione continua, un pulsare a catena di nuove ricerche espressive. Poco più che trentenne, Boresta ha già attraversato varie fasi di ricerca, espressione e traccia del suo permanente desiderio di sperimentarsi. Dal periodo dei tovaglioli, frutto di un soggiorno trascorso a Londra per motivi di studio, durante il quale dipinge i suoi soggetti con mezzi di fortuna, direttamente sui tovaglioli dei ristoranti dove lavora come cameriere per mantenersi, graffiando segni colorati attorno ed all’interno di volti maschili, che richiamano spesso i suoi tratti somatici. Autobiografia casuale o voluta? A questa serie un po’ casuale, che riprenderà più volte in seguito ma con spirito diverso, con più tecnica e meno impatto emotivo, segue naturalmente quella degli “Scratch Colours”, letteralmente “colori graffiati”. Ancora unghiate spesse di colori vivacissimi di sapore postespressionista.
















Il colore genera l’immagine e non viceversa. Sono figurativi su sfondi astratti che riprendono “paesaggi, animali, visi, donne, nei quali la gestualità e l’immediatezza nella realizzazione sono di fondamentale importanza in quando solo la stesura veloce con la spatola della vasta gamma dei colori disponibile rende l’effetto desiderato e cioè”, come da dichiarazione dello stesso Boresta, “un miscuglio colorato nel quale si può ancora distinguere agevolmente l’oggetto dell’opera non del tutto disfatto od annientato dalla componente astratta”. Il segno che definisce queste immagini è scuro e netto. Nuovamente la contraddizione di Boresta, teso nell’estrapolazione dal profondo di una realtà interiore sanguigna, talvolta violenta, come di un’eruzione di sentimenti a lungo sobbolliti sotto la linea piatta di un lago tranquillo solo in superficie, sotto la sua pelle di artista. Poco dopo, affascinato dalle tonalità bruciate dalle terre a dai corpi angolosi e levigati delle genti africane, realizza il ciclo dei “Nuba”, ispirato ad una tribù nera dell’Africa centrale. Questi lavori puntualizzano il lato selvaggio, primitivo presente in ciascuno di noi, quel lato troppo spesso soffocato dal vivere civile. In essi si riconosce la gioia del pittore di avere i colori già pronti sul suo tavolo da lavoro, la scelta delle terre a portata di mano, col piacere di riempire le linee sciolte dei corpi, non condizionate da null’altro che dalla loro libertà.
















È il ciclo dell’origine, dell’espansione, della liberazione. Dopo aver a lungo trattenuto all’interno le espressioni, dopo averle tirate fuori a fatica con graffi e rabbia sui tovaglioli e sugli scratch colours, ora finalmente possono fluire libere all’esterno, il primitivo tornare in superficie, riaffiorando nella dimensione odierna del pittore ma senza contrastarla, semmai integrandola di una luce nuova. Nei Nuba c’è più silenzio e meno tensione che non nei lavori precedenti. Si potrebbe dire che si gioca di più a carte scoperte. L’artista realizza in seguito la serie delle “Sinfonie”, grandi tele che richiamano alla mente l’espressionismo tedesco. Boresta stesso ne ha descritto lo stato d’animo di creazione: “dipingevo febbrilmente per la gioia di vedere le opere terminate, respirare la sfida con l’irrazionale, assaporare gli apparenti, casuali accostamenti di colori e di forme alla ricerca di un significato raggiungibile solo comprendendo l’importanza che un’opera riveste in quanto terminata, compiuta… un’opera ormai definita, quindi con una propria musica…” Nelle sinfonie i colori si fondono e si confondono, le ombre non sono più scure ma piene di colori a rappresentare simbolicamente la nascita dell’uomo nuovo, della coscienza ritrovata del sociale. Le sinfonie si distinguono – a seconda degli stati d’animo ma anche delle tecniche di esecuzione adottate dal pittore – in modulari o verticali, o anche verticali in ombra. Queste ultime realizzate in occasione della performance di action painting di Roma del 19 aprile 1991.
“Inconsciamente ho forse scelto le ombre perché esprimono e rappresentano la parte di noi più nascosta che non ci abbandona mai” Dice Boresta “e che ci portiamo sempre dentro nel bene e nel male…un’ombra come coscienza…Nelle ombre le differenze fra uomini diminuiscono” prosegue “ombre non più nere, ma con tutti i colori possibili, come se si fosse alla ricerca di nuove tonalità al di fuori dello spettro ottico…”





























Non a caso Boresta, nel pieghevole della sua prima personale realizzata nel 1989 nell’aula consiliare di Cerveteri, si è definito e continua tuttora a definirsi “un’espressionista simbolista… che fa una pittura che ferma la vita nell’attimo in cui l’artista la esegue…in una proiezione estetica dei momenti dell’anima…” Un’altra serie alquanto particolare è quella dei cartoni. Grandi pezzi da imballo per scatoloni, sui quali l’artista incolla profili variopinti di uomini e di donne che egli prende direttamente dal contesto che lo circonda. Sulla materia semplice Boresta appoggia se stesso ed i contorni della sua giovane compagna, modella frequente di tanti suoi quadri. In questi lavori colpisce il contrasto fra la base grezza e le silhouettes finemente ritagliate poste sopra di essa come su di un contesto sbagliato. Qui le persone non si confondono più con il contorno, ma si staccano nettamente dallo sfondo per esprimere la propria consapevolezza individuale in continuo movimento. Successivamente Boresta realizza la serie degli “Art Collage”, seguito di una ricerca del 1991 su collages a puzzle da opere famose dei grandi maestri del passato. Soffermandosi sui lati ombrosi e romantici della pittura rinascimentale congeniale in questo periodo, ne reinterpreta lo spirito nelle sue opere dapprima casuali, poi a tema definito (Omaggio a Francis Bacon, all’infanzia, alla vecchiaia, alla donna, ecc.).





























La tecnica adottata è originale ed armonica. Boresta inizia con una base composta da fogli di quotidiani, spesso terze pagine dedicate ai pittori che ama, talora spaziando altrove come per quella ad esempio dedicata all’attore Roberto Benigni con il quale condivide, sotto le sue acque chete, lo stile sagace di piccolo diavolo. Il foglio è incollato su un cartone grezzo, sul quale l’artista sovrappone inserti di quadri noti, particolari, ingradimenti, ripetuti, tagliati, riportati in positivo ed in negativo. Di volta in volta accompagnati da inserti irregolari di colore, dal taglio diritto oppure modulare, arrotondato, morbido, uno quasi a forma di fiore. A modo suo realizza collages nei collages. In uno di questi, particolare che a prima vista potrebbe sembrare minore rispetto alle dimensioni dell’insieme ma che sul finale minore non è, all’interno della quale colloca la copia miniaturizzata di un quadro altrettanto antico. In altri, come in quello dedicato all’infanzia, aggiunge ritagli di foto dai suoi quadri oppure interviene figurativamente sul momento come in quello nel quale dipinge direttamente uno dei suoi uomini composti di colore, poggiandolo alla base del cartone.













Successivamente utilizza come sfondi rettangolari di stoffe diverse, tenendo sempre però ferma l’attenzione sull’equilibrio delle tonalità e delle forme, delle linee e dei leggeri rilievi, e bilanciando il tutto di contenuti in movimento che portano l’osservatore all’esercizio del rimbalzo, per conseguenza dei richiami e delle evidenti e/o sottili ripetizioni che l’artista propone da un punto all’altro dell’opera. Abbandonata del tutto la carta di giornale, lavora solo su riproduzioni di quadri d’epoca, talvolta monocolori, seppia o verdini ad esempio, come base di nuove creazioni che ripropongono paesaggi o piccole città, oppure vedute campestri dei tempi andati. Incapace di resistere a lungo passivo, vi inserisce sopra riproduzioni di opere molto colorate o interviene direttamente lui con pennelli, rispecchiando ancora la sua indole contrastata, in superficie calma come quei quadri lievi e monocolori che pone sotto, ma che subito dopo copre e sovrasta con gli inserti accesi delle sue tinte o degli altri quadri che sceglie per dominarli.
























Altri lavori sono tuttora in corso per questo artista sempre in azione, appassionato nell’esporre la vita delle sue opere, nate da un impulso qualsiasi, covato per un po’ al suo interno per poi uscire fuori, trattenuto a fatica sui suoi materiali sovente poveri (tovaglioli, carta da spolvero, cartoni), quasi spillato sopra dalla forza della sua determinazione a creare, ad insistere nella ricerca, ad andare avanti nonostante tutto mantenendosi artista, non contaminato dalla commerciabilità del prodotto.



Stefania de Mitri


Un estratto è stato pubblicato sul catalogo “Il castello siamo noi”, Fiera internazionale d'arte contemporanea Calcata 1993.

In foto: Io, Francis Bacon e Roberto Benigni e alcune opere del 1988 della serie dei “Tovaglioli” alcuni dei quali autoritratti.

1994 Martina Frenquelli


Tempo licenziato










Giuseppe Boresta, già attivo come parte recitante con le sue “smorfie” in alcune performance romane, si installa in questo spazio contro il tempo, tentando di “licenziare” dalla mente dell’uomo la malinconia, riscoprendosi positivamente nonostante il dolore….(Maria Elena Crea-Critico d’Arte).




























La “smorfia” del Boresta nasce attraverso la sua stessa immagine riprodotta fino alla esasperazione, come superamento della situazione tragica dell’uomo.
Il “tempo” che scorre in tutte queste opere, è li a scandire il ciclo della vita dell’uomo, l’attesa, la nascita, la vecchiaia fino alla morte beffarda, sempre in agguato. Il tempo inesorabilmente lascia la sua traccia. Si può provare a rincorrerlo, a tornare indietro con la memoria, ma mai bloccarlo. Cercare di “bloccare” il tempo vuol dire protendersi verso la morte toccarla con mano e nel superamento di essa liberarsi dagli orrori, dalla tristezza e dalla “maschera” (come quella della smorfia del Boresta ) che ogni giorno, nella vita siamo costretti ad indossare come una seconda pelle.

Martina Frenquelli



























Pubblicato sul quotidiano di “Velletri” sabato 30 luglio 1994.

In foto: Due smorfie texture, una delle mie smorfie, foto di uno scheletro mummificato.


1995 Anna Chiara Anselmi


Mascherasmorfia
























Boresta presenta un’istallazione legata alla sfera della sessualità inserendo le sue “smorfie”, grottesche deformazioni del suo stesso volto stampate. Il significato provocatorio va ricercato nell’importanza che Boresta da non solo alle sue smorfie, ma anche all’atto del mascherarsi con esse che diviene, nel momento stesso in cui si compie, uno strumento di critica sociale che recupera istanze e modalità rivisitate alla luce di un “fare arte” che prende le mosse dalla stessa Pop Art.

Anna Chiara Anselmi































Pubblicato su "Giorno e Notte" n. 42, con il titolo Smorfie e leoni il 31 maggio 1995.

In foto: Alcuni miei lavori.


1995 Barbara Martusciello


L’attenzione


Pino Boresta con quelle da lui chiamate “Muffe” allestisce un vero e proprio percorso attraverso l’ambiente estremo prescelto. L’elemento-base che costituisce la parte preponderante dell’opera, cioè l’acqua, è portatore di evocative associazioni legate ad un’idea di natura nelle sue molteplici, cicliche trasformazioni. Le modificazioni della materia e l’attenzione verso i suoi mutamenti è l’indagine sottintesa in tutto il lavoro di Boresta: qui è riassunta nelle “ninfee” galleggianti, negli spartani contenitori pieni d’acqua.




























Quelle tracce inaffondabili (perché montate su polistirolo) accolgono muffe correlate a memoria d’archetipa derivazione, pressanti - come fiori messi a seccare tra le pagine d’un libro – su fogli scritti che ne fanno da supporto. La ricerca d’un valore estetico è evidente così come lo è quella d’un meta-linguaggio che sia il risultato dell’artista, inteso al pari di un processo alchemico legato alla trasfigurazione delle cose. A volte anche la guarigione dalla malattia (nel procedimento, per esempio, della penicillina che cura l’infezione; dell’olio che rimargina la piaga). Ed è a questo punto che tutto il lavoro di Boresta torna ad additare l’attenzione, cioè quella capacità ed impegno a considerare ogni elemento ed accadimento - esterno ed interno – al di la della consuetudine ma come se fosse un fatto eccezionale e straordinario.

Barbara Martusciello
















Testo scritto in occasione della collettiva "Al Chiostro di S. Cosimato", Ospedale Nuova Regina Margherita di Roma, e pubblicato su un catalogo da noi autoprodotto nel maggio 1995. 

In foto: Penicillina, e due mie opere del 1995 della serie intitolate “Muffe”.


1996 Alessandro Conti


Artesciùscià












Sicuramente sopra le righe è la performance di Pino Boresta. Lui non mette in mostra nulla. Si diletta a fare lo sciuscià. Spazzole e lucidi alla mano, pulisce le scarpe di chiunque si sieda sul suo sgabello. “Ora passo lo straccio in maniera decisa, adesso in maniera sensuale”, si diverte l’artista a intrattenere il beneficiario del trattamento. Insieme con le calzature lucide, Boresta rilascia pure un certificato di avvenuta pulizia. “Una ricerca d’arte veramente sociale” , precisa l’estroso Pino.


Alessandro Conti
































Stralcio dell’articolo “Scarpe d'Artista: arriva la carica dei 101” di Alessandro Conti pubblicato su "Il Giornale" (Panorama – Roma), il 25 novembre1996.

In foto: Io durante la performance “Ultimo degli sciuscià”, Certificato dell’avvenuta pulizia.

1997 anonimo


Stendere tovaglie






ECCO LA TOILETTE
Un contenitore per le unghie, una banca dati? In ogni momento potremo spostare, tanti indizi, potremo creare prove. Le unghie umane, possono diventare artigli, in un bosco, nel bosco, non c’è una pendola ma un corpo, dilaniato e è come prima e più di prima, un fatto, forse come circostanza non chiara un fattoide, vero, falso non è mai accaduto? Non ci sono orsi nelle campagne laziali, dove andate i giorni di festa, a stendere tovaglie, la mano francese il pic nic sull’erba, vorrebbe, mentre in un astuccio di cera (un ditale) custodisce l’artiglio, vorrebbe dipingere, questo piano, stringervi tutti i legami, i funzionamenti, che sono dinamicamente: relazioni che l’occhio (Monet?) coglie. Manet restando in una stanza come Caravaggio, quel lume che Caravaggio calava, questo francese, lo mette alle proprie spalle, divenute, quelle della vittima di un accoltellamento, un contenitore per le storie tese….













Le sporcizie del desiderio, entrate nel telaio, nei passaggi, le relazioni dinamiche le macchine sono state create dal capitalismo e non questo da queste. Io trovo che Boresta stia raccogliendo, capitalizzando una banca dati! Dentro questo archivio contenitore, invece della tavola di Agnetti e Manzoni che contenevano, alito, urine, invece di…. Ricordiamo che un giorno il ragazzo Americano che tenterà di spiccare il volo dai picchi da cui De Dominicis si butto’, questo ragazzo terragno animale avrà artigli forti, come uccello e tra noi custodirà, tali gioielli in ditali di cera.









Geme quel corpo sotto la pentola, nel bosco, con i calzoni per la caccia geme sfinito, non ha trovato cinghiali.
anonimo


Testo (qui corretto ortograficamente) di una lettera anonima ricevuta nel novembre 1997.

In foto: Progetto Unghie Arte, Monet-Manet-Caravaggio, Agnetti-Manzoni-De Dominicis

venerdì 5 agosto 2011

1997 Maria Campitelli


Tempo smagato




















Pino Boresta infatti ha ideato un album per foto figurine, da distribuire al pubblico, memore dell’infantile propensione alla raccolta. L’album, intitolato “I Magnifici 65” invita l’utente a riempiere il libretto di fototessere di persone da individuare spesso con divertente ironia, riecheggiando schemi e consuetudini aderenti al nostro tempo smagato, dai labili miti di facciata. Il potenziale utente interferisce così e completa l’opera mettendosi dalla parte creativa.

Maria Campitelli












Stralcio dell’articolo “Serial Public a Trieste” di Maria Campitelli pubblicato sulla rivista “Artel” n.72 del 16/30 novembre 1997.

In foto: Il manifesto promozionale dell’album e alcune pagine interne dell’album dei “I Magnifici 65”

1997 Anna Lombardi



Leggenda urbana


























PINO BORESTA:
Fa parte ormai delle leggende urbane: a Roma tutti lo conoscono, hanno visto le sue opere e ne hanno sentito parlare ma nessuno sa chi sia. Molti sanno di poter contare su un’opera d’arte a buon mercato corredata da autentica, timbrando – secondo le istruzioni - il proprio biglietto dell’autobus in una specifica data. Altri hanno visto il suo ritratto autoadesivo nei luoghi più impensati della città. Questa volta, bisognerà prepararsi ad un vero e proprio rebus.

Anna Lombardi 










































Pubblicato sul programma dell’evento “Sotto il cielo di Roma e Berlino”

In foto: Etichette adesive interattive del progetto Cerca ed Usa la Smorfia recuperate e foto dell’ intervento CUS a Londra.


1998 Maya Pacifico


Insurrezione urbana













Insurrezione, irruzione nell’urbano come luogo della riproduzione e moltiplicazione dei segnali dei media, o anche ricerca assillante di una identità nella massa: nei I magnifici 65 di Pino Boresta c’era la presentazione e la distribuzione al pubblico di un album di foto figurine da compilarsi secondo i canoni suggeriti dall’artista. Lo spettatore personalizza l’opera, entra in relazione con l’arte attraverso l’artista e l’opera in una sorta di politica ambientale: la città ne guadagna e l’arte anche. Perché la città esplode per l’irruzione dell’arte nelle strade e l’arte esplode a contatto con la città. È tutta la città che diventa galleria d’arte; è l’arte che riscopre tutto un terreno di manovra nella città: Né l’una né l’altra hanno cambiato struttura, non hanno fatto che cambiare i loro privilegi.

Maya Pacifico



















Aggiungi didascalia






















Stralcio dell’articolo Serial public a trieste, di Maya Pacifico, pubblicato sulla rivista “Correnti di Marea” n.4 gennaio 1998.

In foto: Copertina e alcune pagine interne dell’album “I Magnifici 65”

1998 Cesare Pietroiusti


Sfida comunicativa














Conosco Pino Boresta dal 1993 e, da allora, ho più volte, e per progetti anche impegnativi, lavorato insieme a lui. Fra l’altro, egli era uno dei componenti del gruppo “Giochi del Senso e/o Nonsenso” che ha ideato, organizzato e gestito l’operazione “Invito alla XII Quadriennale” (settembre-novembre 1996). In tutti questi anni di lavoro fatto in comune, ho avuto modo di conoscere e apprezzare da un lato il suo lavoro di artista, dall’altro le sue qualità umane. Il lavoro di Boresta è fortemente caratterizzato dalla dedizione ad una sperimentazione che, in modo ostinato e capillare, cerca dimensioni comunicative inesplorate, occasioni di provocazioni visive e intellettuali e il confronto con i contesti sociali più vari.








Con la stessa attitudine di apertura e quasi di sfida comunicativa, Pino sembra muoversi a suo agio sia nelle strade della città che dissemina di tracce e di stimoli, sia nei luoghi espositivi propriamente detti, che con il suo intervento, diventano sempre un po’ meno ingessati e convenzionali. L’impegno e la dedizione testardi e anti-economici sono del resto anche segni della personalità di Pino, la cui generosità alla comunicazione non è costruita o affettatamente colta, ma profondamente insita in lui.



























Spesso in questo senso, mi è sembrato di notare che per Boresta l’apertura e la franchezza fossero in un certo senso inevitabili, e quasi impensabili e incomprensibili, invece, le attitudini e le situazioni costruite sulla chiusura e sulla predeterminazione dei ruoli e dei significati.”

Cesare Pietroiusti.














Lettera di presentazione scritta il 28 febbraio 1998

In foto:- Io durante 4 interventi di altrettanti progetti. - Io ed Al durante l’intervento “Lavavetri Not Profit”. - Io durante uno degli interventi del gruppo “Giochi del Senso e/o Nonsenso”. - Cesare Pietroiusti colto durante un riposino pomeridiano, anche foto dell’album di Oreste Uno.

1999 Viviana Gravano


Il gioco di squadra


Tutti hanno giocato da liberi e tornanti (buon terzino ma, a tratti con aspirazioni, e buone intuizioni, offensive).
























Vorrei dedicare questa riflessione sull'arte calcistica a Silvano, indomabile portiere. Le squadre sono schierate al centro del campo, (del Cortile), le due porte sono già presidiate dai portieri (e chiuse dai vetri della reception e del salone), il pubblico impaziente attende solo il fischio dell'arbitro (che non c'è, o per meglio dire è tutti), gli inni non vengono suonati (ma molti cantano), le grandi luci (un dia-proiettore acceso) dello stadio (la foresteria di Palliano) già rischiarano i volti dei giocatori.






Sfoglio avidamente l'album delle figurine di Oreste e mi torna in mente una mitica notte nella quale si fece una partita di calcetto tutti contro tutti. La faccia di ogni figurina di Pino Boresta potrebbe essere di qualcuno che giocava (non mi ricordo neanche più bene chi fosse) o magari di qualcuno che tifava, non mi sembra che ci fosse differenza. Quella partitaccia (con alla fine non pochi euforici feriti, ma lievi) è per me Oreste. Il campo c'era, ma non era segnato, si sapevano le squadre, ma in realtà ognuno giocava con chi voleva, dei ruoli poi, non ne parliamo nemmeno.







L'idea di Pino di riproporre tutto Oreste in un album, che invece di essere un album di ricordi è un album di figurine dà a questa scena un sapore ancora più forte e significativo. Oreste è stato un grande gioco di squadra e l'album racconta questo. Non che non ci siano stati i singoli giocatori, il totale anonimato sarebbe stato come cancellare le individualità in un'unità che non mi piace.







Dall'album di Pino viene fuori proprio questo: ognuno è stato fotografato seguendo un po' il canone ieratico e santificante, delle classiche figurine Panini (cito loro perchè sono il solo vero unico mito, dopo di loro l'Apocalisse), però ovviamente, anche lasciando chiara traccia dell'impossibilità di essere solo seri e compenetrati, come sono i giocatori che sanno, in quel momento di diventare eterni. Sfogliate un album dei Calciatori, che so', del 1961, dove potete trovare la prima mitica Panini di Bruno "Maciste" Borghi, allora capitano dell'Inter, e provate a vedere se lui, allora, nel suo ritratto alla Lorenzo Lotto, non si sentiva vicino alla santità. Nelle foto di Pino c'è un po' più d'ironia. Comunque Boresta riforma le squadre, e fa battere tra loro, artisti, critici, amici, eccetera. Non che questo indichi dei ruoli perchè poi, nelle varie pagine, è difficile dire chi fa il portiere, chi il centrocampista e chi fa l'ala (magari tornante).








Ora Pino sa che, invitandomi a scrivere questo pezzo, ha toccato una delle mie più grandi passioni: il calcio. Credo che la sua scelta di fare un album di figurine sia quanto mai geniale, in relazione ad Oreste, proprio analizzando in parallelo i due mondi rappresentati: l'arte e il "pallone". Oreste ha dimostrato che il gioco di squadra è essenziale e il calcio è il più chiaro gioco di squadra (anche la pallavolo, ola pallacanestro voi direte, ma io amo sopra ogni cosa il calcio, quindi passatemela!). Si possono comprare campioni da miliardi (vedi Ronaldo) ma se la squadra non c'è, nel calcio si perde. Si parla del fantasista, di quello che inventa un goal dal nulla ma??.., ma se poi la difesa fa acqua o se il centrocampo va in palla al primo pressing, la squadra è morta.









Oreste ha avuto i sui fantasisti, e pino li ha pedinati con cura, ma è stato quel che è stato perchè qualcuno ha saputo crossare, qualcuno ci ha messo la testa quando la palla stava per entrare nel sette e il portiere era fuori dei pali, perchè c'è stato persino qualcuno che ha solo gridato "forza che ce la fate" dalla panchina. Nel calcio si sa, esistono gli schemi, si discute sul 4-4-2, sulle doppie punte, sul libero rientrante e così via ma, quello che conta è che ognuno sa di avere un ruolo, che può anche cambiare e che a volte cambia perchè serve alla squadra. Certo una differenza sostanziale c'è stata, in una squadra tutti rispondono al Mister, a Paliano no!









Tornando al nostro album,tempo fa sfogliavo a casa di mio cugino (di provata fede romanista, naturalmente) un album della sua collezione Panini del 1968 o forse 1969 e leggevo nomi che sono poi scomparsi, giocatori che hanno fatto una stagione in A, o magari in B perchè la loro squadra ha resistito per una stagione e poi è retrocessa. Ora nessuno dei ritratti di Pino potrà "retrocedere", però qualcuno sarà forse solo per caso passato di là, magari solo per un incontro fugace, avrà segnato un goal? Avrà fatto una parata in tuffo strepitosa? Non importa, è passato di là e l'album delle figurine ce lo restituisce in tutta la sua bellezza solenne.








Nell'album precedente di Oreste 0 zero ogni tanto le intestazioni delle pagine ci ricordano squadre che hanno partecipato al torneo, Bonge, Container, Cliostraat, Stalker, Net-Strike, Il Graffio, Piombinesi (squadra storica e titolata). Poi i giocatori veterani che emergono: Carla Accardi, Germano Celant. Alla fine foto del pubblico segnate dal titolo"mogli, compagne, madri, sorelle, amici, ecc. ecc. insomma quelli che hanno gridato (chi più, chi meno) a squarciagola dagli spalti. Tra questi devo ricordare, per affetto personale, un giovane sostenitore, Zeno, che ha tenuto la bandiera d’Oreste molto alta. L'album di Pino si chiude con due sezioni speciali, che forse i Panini, gli invidia: le espressioni e le smorfie. La faccia di Pino che fa una succulenta smorfia ha infettato tutto l'arredo urbano delle città italiane (e non solo, io sono testimone oculare a Kassel) insinuando questa sottile ironia del messaggio sgraziato nell'orgia dei messaggi rassicuranti, di comunicazione metropolitana.








Nell'album di Oreste 0 zero, Boresta, ci ha reso tutti partecipi della stessa insanabile voglia di essere irriverenti. Brutte facce, smorfie voraci, facce imbecilli, tutte allineate su quelle ultime pagine. Bene, proprio quelle pagine sono le più vicine alle immagini classiche dei calciatori: ognuno ha messo un impegno e una partecipazione nel mostrare il meglio di sé, che non trapela nelle foto "serie" nelle prime sezioni dello stesso Album. La quarta di copertina indica, con precisione, in che periodi i vari giocatori hanno "militato" nel campionato di Palliano, una settimana, qualche giorno, quasi un mese. Sulla copertina dell'Album c'è il frigorifero di Palliano, aperto sull'abbondanza di cibo che ha caratterizzato quella cucina sempre attiva, simbolo di una volontà di "fare"insieme,anche per il piacere, o anche solo appunto per giocare, magari in un modo che forse sarebbe piaciuto a Debord.

Viviana Gravano












































Testo pubblicato sull’ Album Oreste Uno, autoprodotto nel 1998

In foto: Personaggi e immagini di alcuni momenti della residenza di “Oreste Uno” con anche alcune statistiche e diagrammi. Tutte facenti parte come figurine dell’ “Album di Oreste Uno”.

giovedì 4 agosto 2011

1999 Luisa Perlo e Francesca Comisso


Laboratorio del quotidiano












Abbiamo conosciuto Pino Boresta a Paliano durante il progetto Oreste 1 nell’estate del 1998 e da allora ne seguiamo con attenzione il lavoro, vicino ai temi da noi indagati con le mostra Situazioni e nel testo Zebra Crossing, esplorazione artistiche nel territorio urbano.














La ricerca di Boresta prende forma in quello che egli stesso definisce il “laboratorio del quotidiano” con un riferimento alla teoria situazionista. A quella “vita quotidiana” che per i situazionisti costituiva, “la misura di tutto”, e di conseguenza “delle ricerche dell’arte”. In questo solco il rifiuto del carattere specialistico della pratica artistica, della sua prerogativa di momento separato dell’esistenza, segna le premesse del percorso di questo artista, che sviluppa nella dimensione operativa dell’azione partecipata. Boresta predispone strumenti finalizzati a una riqualificazione della sfera quotidiana. Mediante strategie ludiche trasforma l’interlocutore delle sue operazioni in coproduttore o artefice.



























È il caso delle “istruzioni per l’uso” ironicamente pleonastiche con le quali suggerisce di contaminare artisticamente la vita di tutti i giorni: La toeletta del mattino, l’atto sessuale il viaggio in autobus.
Il parametro dell’artisticità, che sostiene l’attribuzione di un valore aggiunto,
porta a attivare l’attenzione sui propri gesti ordinari, sugli automatismi, sulle azioni banali e ripetitive. E a conservarne la memoria sotto forma di “reperti”.
Questi ultimi non vengono formalizzati in opere, ma acquisiscono un valore testimoniale. Divengono “elementi di passaggio per l’informazione”, come le definisce lo stesso Boresta. In questo senso è funzionale l’assunzione del paradigma epistemologico del catalogo, che contraddistingue alcune direzioni a nostro parere estremamente significative della ricerca artistica contemporanea.

























La struttura catalogica nega il punto dell’oggetto unico, a causa della sua natura paratattica e consente a Boresta di conferire carattere di “esemplarità” a ciò che è considerato anonimo o insignificante, o che abitualmente viene gettato: dai “micro-rifiuti urbani” alle unghie tagliate. Con la raccolta delle figurine che compare in molti suoi progetti fa riferimento a questa struttura, l’artista ribalta il più possibile delle volte sul compilatore la scelta del contenuto, limitandosi a fornire indicazioni sulle modalità di compilazione. Attivando un gioco collettivo Boresta si sottrae in questo modo al ruolo di protagonista di una situazione da lui stesso predisposta.

















Nell’operazione Cerca e usa la smorfia, che porta avanti da anni contaminando la strada con riproduzioni grottesche della sua faccia, Boresta invita chiunque a far propria questa modalità operativa. La smorfia diventa in tal modo strumento per sdrammatizzare i microproblemi individuali. Usando l’affissione in una chiave che in termini situazionisti si definirebbe di détournement, Boresta compie azioni di sottile disturbo all’interno dei codici linguistici urbani, finalizzate a introdurre una dimensione dialogica nello spazio deputato alla comunicazione univoca, quella pubblicitaria. La smorfia commenta ironicamente il contesto in cui le immagini vengono affisse, come una sorta di sberleffo, ma apre anche uno spazio al commento a disposizione dei passanti occasionali.



Nella relazione, con modalità comprensibili e condivisibili da tutti, piuttosto che nei grandi temi dell’esistenza, con costanza e impegno Pino Boresta ha cercato e individuato i dispositivi essenziali e immediati per ridefinire i confini dell’esperienza artistica.




Luisa Perlo e Francesca Comisso

Testo per pubblicazione non avvenuta Torino 1999.


In foto:
- Due momenti di altrettanti miei interventi urbani (Reperti Arteologici Urbani e Progetto
Biglietto Arte).
- Due foto rivisitate di altrettanti azioni del progetto Residui Corporei.
- Un intervento su cartello stradale del progetto Cerca ed Usa la Smorfia.
- Adesivo urbano interattivo del progetto Cerca ed Usa la Smorfia.
- Il gruppo A.titolo durante la residenza di Oreste Uno (foto figurine dell’album)