giovedì 2 maggio 2013

Fino a me stesso









Abbiamo intervistato in esclusiva Pino Boresta, il performer Romano che ha messo davanti la loro futilità con una azione artistica fortemente critica "Io vivrò" Baratta e Gioni, colpevoli di non averlo invitato a partecipare alla loro Biennale, dopo avere annunciato la sua morte perché omesso dalla prestigiosa panoramica ha dichiarato con forza a Gioni che continuerà a vivere nonostante la dolorosa e dolosa esclusione.
Duramente attaccato da Luca Rossi risponde indirettamente dalle pagine del nostro blog, rifiuta l'accostamento a artisti come Luca Lo Coco e Lavagetto e ci confida che continuerà la sua azione performatica e critica nei confronti della Biennale di Venezia.

Domenico Di Caterino





L'Intervista:

Mimmo:
Pino da cosa è stata mossa la tua azione performatica "Io vivrò"?
Ti chiedo questo perché personaggi sintetici creati dal sistema in maniera fintamente disfunzionale come Luca Rossi ti hanno accusato di essere troppo estremo e quasi impresentabile, secondo lui/loro e secondo una certa mentalità artistica, provocazioni e lavori come il tuo hanno senso solo quando realmente inquadrati in un sistema. 

Pino Boresta:
Quale sistema? Ci sono tanti sistemi, a me piace il mio sistema, credo che ognuno debba utilizzare il sistema che preferisce, il giorno in cui questo sistema non fosse più soddisfacente, cambierò sistema, e quale sistema utilizzerò? 
Probabilmente ancora una volta un sistema di quelli non realmente inquadrati, o forse no o forse si.







Mimmo:
Tu ti definisci un artista di processo o di prodotto? Quando determini una tua azione artistica pensi in termini di prodotto o t'interessa esplorare il processo che deriva da una suggestione che diventa processo e azione? 

Pino Boresta:
A me interessa tutto, il prodotto, il processo, l'azione artistica, il prodotto che nasce dall'azione artistica le esplorazioni, le suggestioni e tutto ciò che sorge a galla nel corso dell'azione stessa e dopo e prima di questa.



Mimmo:
Avevi annunciato la tua morte per poi urlare a Baratta e Gioni che vivrai, ma pensi sul serio che a certi artisti oggi interessi partecipare alla Biennale di Venezia? Forse realmente interessati a partecipare alla Biennale di Venezia sono solo quelli artisti Accademici (per carica artistica di portaborse politico e di partito) che non riescono a risolvere la loro frustrazione con un mercato privato che giustamente non ne ha mai riconosciuto l'attività ed il valore (il problema l'aveva bene evidenziato Sgarbi), ma un artista come te, ben radicato nel suo territorio e nella sua comunità che cosa ha in comune con la fiera del mercato culturale dell'arte con una patina d'istituzionalità? 

Pino Boresta:
Lo sai che mi hai convinto? Infatti credo che questo sia il mio ultimo tentativo di partecipare alla Biennale di Venezia, anche perché che altro potrei inventarmi? Oddio, una ideuzza mi è venuta.




Mimmo:
Diciamo qualcosa su Massimiliano Gioni, questo vento nuovo dell'arte contemporanea, di cosa è figlia questa sua presunta competenza superiore? Politi da anni sostiene su Flash Art di essere un suo padre spirituale di formazione, suo come di Cattelan, Bonami, Beatrice e Bellini per esempio, come mai tutte le grandi competenze del sistema dell'arte italia sembrano obbligatoriamente passare da Flash Art?

Pino Boresta:
Forse perché lo dice lui? Ma potrebbe anche essere vero, ma non credo mi interessi molto rispondere a questa domanda comunque l'ho fatto.



Mimmo:
Ti ritrovi nell'etichetta outsider del sistema dell'arte contemporanea? Se accomuno il tuo nome a quello di Marco Lavagetto (l'autore della beffa di Tirana ai danni di Politi e Flash Art e di Luca Lo Coco (l'artista costretto a chiudere il suo sito d'arte ashart sotto provvedimento cautelativo del tribunale di Palermo per una azione legale di Politi e il suo studio legale) sbaglio?

Pino Boresta:
Si!

















Mimmo:
Pensi che l'informazione artistica specializzata nell'epoca del web 2.0 abbia ancora un senso? In fondo a cosa servono ancora critici, curatori e galleristi? In questo tempo di forte crisi economica l'artista ha in fondo finalmente la possibilità di relazionarsi senza filtro, col suo lavoro, al suo pubblico ed alla comunità che lo determinano.

Pino Boresta: 
Gli artisti sono come i bambini, che soffrono se i genitori non elogiano quello che fanno. Lo stesso vale per tutti coloro che cascano in depressione se non trovano nessuno che si accorge di loro.



Mimmo:
Luca Rossi sostiene che per vivere non bisogna andarlo a urlare alla conferenza della biennale. Sostiene che la tua operazione sia solo critica istituzionale che mostra la tua debolezza che ha bisogno di essere alla Biennale per vivere, dice testualmente "Boresta dipende da ciò che critica, contraddittorio e fine a se stesso". Ho già dichiarato pubblicamente che Luca Rossi è qualcosa che mira a intercettare i cambiamenti in corso per capitalizzarli in futuro attraverso il web, tu cosa vorresti rispondergli direttamente. 

Pino Boresta:
Io rispondo che Luca Rossi ha ragione e che anche tu hai ragione su quello che dici di lui, ma anche io ho le mie ragioni che nessuno di voi due pero conosce.



Mimmo:
Luca Rossi mi ha scritto di te: "Boresta è il più insider di tutti perché per vivere deve andare alla conferenza stampa della biennale. Neanche alla mostra. Critisca istituzionale di vecchia data. Io vivrò???? Alla conferenza stampa? Vivrà cosa??? Ma dai, si vive con il fare e con i contenuti. Oggi tutti possono scrivere io vivrò sulla propria bacheca. Boresta è incagliato in vecchie logiche sistemiche." Altra critica feroce che il web attraverso il progetto Luca Rossi rivolge alla tua operazione, pensi realmente di essere incastrato con le tue operazioni in vecchie logiche di sistema? 

Pino Boresta:
No!

sabato 2 febbraio 2013

The strategy of the loser


Pino l’eccezion(al)e Interview by Daniele Capra


Trying to be invited at the most important biennial: The mother of all Biennale di Venezia, started more than a hundred years ago in Venice. Any person with proved trust in reason knows that an approach like that of Pino Boresta is automatically destined to fail. The Roman artist, in fact, for years has worked persistently to prompt curators and critics to invite him at the event, but with care to operate in a direct, unpleasant and no-licker manner. The blitz, the noise, the contestation in public debates, all measures of disturbance in which they are – programmatically – wrong approaches, methods, tones. We could even say that if this does not happen (that is if his requests were successful), he would deny himself the pleasure that nasty children often have to mess up the clean swot’s copybooks. And it’s too easy to develop winning strategies. Try to imagine how could be losing strategies. Anyway Boresta is that kind of personality: He is essentially an artist who loves to make questions, loudly breaking “cabasisi” (to break the balls) as Camilleri writes. Even the interview that follows is the proof.


Daniele Capra (DC): Inside or outside the art system, what is the difference?
Pino Boresta (PB): In the future it makes no difference, but today when an artist is presented within the system through special influential channels, it will be sure that his work will endorsement or at least a strong focus, regardless to the fact that it is appreciated, or not, by majority.

DC: But the Art is a work of relations…
PB: Yes, but what it will decree every time is the inevitable and repeated defeat of those who – despite – having a significant background work – always it will have to resign to face with a sort of systematic distrust, which affect the quality and amount of attention needed for a proper understanding of his work.

DC: So, do you want simply change the system?
PB: Simply! Do you think it’s not enough? We should quit with these opportunistic logic, used each time to make up Biennial and Quadrennial exhibitions for the benefit of those usual privileged artists supported by a small group of corporate galleries, foundations and institutes!

DC: So, the Sgarbi’s Italian pavilion is welcome?
PB: Who knows! I do not know, for sure I did not think in a formula like that of Vittorio Sgarbi! But more than that Quadrennial will adopt, also criticized – I dared to suggest in October 4, 2008 to Roberto Pinto, Emanuela De Cecco and other, in the break of the presentation of Subrizi’s book – where will be the artists to invite other artists, even if, looking to the late bad fact about me, I do not think the things will change much for me.

DC: I do not think it is important for you to become famous, but rather to help people to think about the mechanisms of inclusion/exclusion.
PB: Yes! Exactly!


DC: And you started immediately with public actions. When was the first?
PB: One of the first subject is the one where I made the offhand that intervention I told you before, where I promoted my project Boresta’s Signature. The opportunity was the presentation of the book “Why Duchamp” by Carla Subrizi at the National Gallery of Modern Art in Rome.

DC: You do not even remember what you said…
PB: Yes! Because I have write down a rag on the spur of the moment, that I still own. “I’m here to talk about the importance of Duchamp and his work, but unfortunately I have not prepared anything and also people have spoken and will speak more certainly competent than me. But I have a dream. No, far from it! I had a dream, dream where Duchamp, with a blond wig, urged me saying: “Go to the conference of Carla Subrizi who wrote and she is going to show a beautiful book about me”. Therefore on mandate of the great Marcello (Marcel Duchamp). I am here as a parasite, parasite of art, in attempting to make a petition as an artwork. I want to rate if a petition can become an artwork, but also I want to verify if today, an unsupported and un-promoted artist by the usual familiar faces, critics and powerful dealers, can still affect and influence this debate in its dynamics as surely Duchamp did, and I believe he would I have liked this idea. Or maybe not?”.

DC: Maybe not! And then what?
PB: I then distributed my flyers and collected some signatures.

DC: Now, what does it remain of the project FB?
PB: Everything! But what I still wonder to whom, the curator Daniel Birnbaum, claimed to be intellectually honest and virtuous, have requested information on a certain artist Boresta Pino, who had mailed a large parcel with almost 1000 subscriptions and miscellaneous publications concerning a curious initiative concerning in an auto-petition to be invited to his Venice Biennale…




DC: Maybe he never saw in person…
PB: I know for sure that he has received it and saw it, otherwise it would be very strange for a serious curator.

DC: Maybe your work interested him or maybe he’s just disgusting!
PB: “Bravo!” Yeah, maybe he was interested or even hated it, but he will definitely ask someone close to him who knew better the Italian art scene, and what they have said to him I will never know, but I can imagine how since the things are gone.

DC: I repeat. You should take advantage of Sgarbi (the incompetent)
PB: Are you saying that if I have failed to slip myself at the Biennale, even with Sgarbi, I will no longer have any hope to succeed?

DC: Yes!
PB: You may be right but I believe that at the Italian Pavilion curated by Vittorio Sgarbi, should participate only artists who make a certain kind of work, artists who make work that comes out even in the chaos of a thousand works and indeed the feed on chaos.



DC: You had to ask to him!
PB: I did it and he also called me, but then he told me that he is not convinced about me , but maybe this is a good sign. Taking part at the exhibition I would not have had nothing to lose, I do not care to hang my work stucked side by side with thousand other, when like a parasite, I hang them even over the other artworks. Do you really think that I care to compete for grabbing some public art attention within hundreds and hundreds of works of almost three hundred artists, when from eighteen years I stick up on the streets stickers with my face printed on, at the mercy of distracted every day citizens, defying the massive invasion of advertisement by which the cities are assaulted and raped? So, there is the risk to lose my battle, and every day I take my revenge.

DC: But this led you nowhere…
PB: But for example, it led me to you…are you “nobody”?

DC: So Venice will remain just a dream?
PB: But I was there at the hall and I am still there, take a closer look!

DC: What have you done?
PB: I unrolled my PVC poster titled “I want Pino Boresta to the Venice Biennial” and it rested there the whole day, illegally hanged. Many have seen it and i can confirm an enthusiastic Laura Palmieri.




DC: Is there anything that you liked of last Venice Biennale?
PB: I liked the Biennale Pavilion of Spain called “The Inadequate”. When I discovered it, I thought it was dedicated to me. In fact, I do not understand why I am not invited at the events. One of my articles that I wrote in the magazine Juliet, magazine with which I work from several years, is entitled “The out-date”, fancy that!

DC: You are not the only one to complain indeed…
PB: I’m right inside and over the themes of which are now debated in the art scene, having many years of work, contributing to go public, but I guess you right… I am unpleasant and I miss all the approaches, among these, they do not want me and they do not want to give me visibility.

DC: Do you think you are the victim of a plot?
PB: But it seems there is some dark figure plotting against me, and causes me not being there where it’s important to be there. Obsession of persecution?




DC: Yes!
PB: Maybe, but when someone else tells you and confirms some of the things you think, you start to believe that, perhaps, your rating are not entirely wrong.

DC: Aren’t you tired to complaining?
PB: But I told you, other do it because they want to get something. I do it because it is part of the work. They want stop me! They want stop me being an artist? Well, if Cattelan leave off, as he said, I leave off to be an artist. It is the “drag effect”, but if you think that however, he got some satisfaction while I do not, almost makes me think back! Ah ah!

DC: So what?
PB: I will tell you what: I give to myself another two years of time, and if I will not be invited to the next Biennial, I will commit suicide!


PINO BORESTA, Artist, Rome

venerdì 1 febbraio 2013

Artista e basta di Pino Boresta



              La ricchezza nella rinuncia



Assomiglia come una goccia d’acqua all’attore Jack Nicholson ma lui fa l’artista e vive a Roma. Si chiama Salvatore Pupillo. Quando l’ho conosciuto mi ha raccontato che lavorava come impiegato in un ministero, ma non riuscendo a fare entrambe le cose ha deciso di licenziarsi per fare l’artista a tempo pieno, così ogni volta che lo incontro a qualche vernissage questa è sempre la prima cosa che mi viene in mente: “Cazzo! Come assomiglia a Jack Nicholson”. Quando poi sorride con quelle sopraciglia che si sollevano diventa praticamente spiccicato al famoso attore nel suo tipico ghigno. Tutte le volte gli consiglio di sfruttare questa sua somiglianza in qualche azione che promuova la sua opera di artista visivo, ma lui è talmente timido che solo all’idea mostra sempre un visibile imbarazzo. Salvatore è uno dei pochi puri dell’arte astratta che ci sono rimasti, uno spadaccino della pittura del nulla o meglio del quasi nulla. 


Alcuni sui quadri che ricordo sono formati da flebili segni gialli quasi invisibili sopra una tela anch’essa di gialli sbiaditi come solo lui riesce a stendere e calibrare. Insomma un incrocio tra gesti alla Georges Mathieu, ma molto molto più leggeri, e delle sovrapposizioni dello stesso colore alla Kazimir Malevich ma il tutto molto ma molto più rarefatto. 


Opere le sue che non hanno niente di ermetico e niente di intelligente: sono una sorta di assenza una su l’altra che danno vita alla sua visione del tutto. Pupillo non è un vero artista. Il mondo è pieno di veri artisti e lui è un artista e basta: vive per quello che fa senza essere assillato dalla ricerca del successo a tutti i costi. E chi sa forse Salvatore ha capito che per avere successo l’unico vero modo è avere uno stile di vita rarefatto quasi invisibile come quei soggetti delle sue opere. Perché, come scrive Stefano Paolucci: “Un uomo è tanto ricco non di tutto quello che può possedere o ottenere ma è tanto più ricco quante sono le cose a cui può rinunciare.” E Pupillo ne è l’esempio vivente.


Pubblicato su; “Juliet” n. 160 December 2012 – January 2013

In foto: Jack Nicholson, Georges Mathieu - Kazimir Malevich, tre quadri di Salvatore Pupillo.


No event No party di Pino Boresta


                         Il valore d’azione

Un uomo entra in galleria si spoglia nudo piscia in un bicchiere e beve la sua urina “Niente di nuovo, già fatto da Günter Brus”, mi sussurra un mio amico nell’orecchio. “Si ma questo la fa’ alla spina non vedi?” rispondo io. Infatti ripeté l’azione di seguito per ben 3 volte. Ho poi saputo essere un giovane artista al suo primo lavoro fresco di stage alla fondazione Ratti. 


Questo giovane artista con questo suo lavoro presentato alla galleria Soffiantino ha sicuramente catturato l’attenzione di tutti i presenti alla performance, ma io mi chiedo: cosa ci si aspetterà ora in avanti da lui se questo è il suo primo lavoro? Cosà pretenderà il pubblico dell’arte sempre avido di scandali e azioni eclatanti? Quale sarà e potrà essere il suo secondo lavoro? Ma soprattutto quale sarà l’ultimo visto cotanto esordio? Tutto questo è colpa della frustrazione dell’artista moderno spinto verso una deriva sperimentale autolesionista sempre più estrema dettata dal desiderio di emergere? Colpa degli azionisti viennesi i primi ad esagerare e a farne le spese? Forse non esiste nessuna colpa ma è semplicemente quello che deve essere… ARTE e basta. Certo è che se è vero quello che ha detto il gallerista Massimo De Carlo in una intervista su radio 3 diventa difficile biasimare chi fa di tutto per farsi notare: “Per il mercato ed i mercanti che vendono e comprano a centinaia di Euro non ha importanza che l’artista sia bravo o meno, ci sono artisti bravi che non venderanno mai e non diventeranno mai famosi perché non sono stati da noi scelti…” 


Allora ci si può chiedere che valore ha l’azione e l’opera poco sopra segnalate? Spesso gli stessi artisti non conoscono il reale valore di ciò che fanno fin quando non è il mercato dell’arte a deciderlo. I magazzini di collezionisti e musei sono pieni di opere di artisti di cui spesso non si conosce ancora il reale valore e chi sarà a deciderlo, quelli come De Carlo?



Pubblicato su; "Juliet" n. 159 October – November 2012

In foto: Günter Brus durante alcuni momenti delle sue performance, la performance descritta nell'articolo, foto ritratti di Günter Brus e Massimo De Carlo.


Glamourart di Pino Boresta


Ce l’ho fatta


Finalmente sono riuscito a partecipare a uno dei vernissage più glamour della capitale. Alla grande galleria a due passi da Piazza di Spagna, arrivo presto e c’è già una piccola fila per entrare, mi guardo intorno e vedo tanta bella gente. Entro, salgo le scale e mi trovo al centro di una enorme sala ovale, e noto subito una bella bionda, magra e senza petto ma di gran classe. Porta un vestitino nero haute couture, su alti sandaletti con tacchi a spillo, vispa come un furetto: si guardava intorno e parlando al cellulare, lo stesso che poco dopo utilizza per fotografare quei grossi quadri perfetti per il salone della sua casa. Anche questa volta incontro il rimorchione che con molta probabilità conosce di arte contemporanea più del 90% dei presenti. Lo saluto, anzi questa volta gli stringo pure la mano. 


Poi incontro Simone che mi racconta di quella volta che dormii in camera con Maurizio Cattelan, a Venezia, e di come discussero animatamente e con opinioni contrarie sulla necessità che un artista realizzi con le proprie mani le sue opere d’arte. Era l’anno in cui Cattelan partecipò alla sezione “Aperto” della Biennale di Venezia con l’opera “Lavorare è un brutto mestiere 1993” che consisté nell’affittare il proprio spazio espositivo a una nota marca di cosmetici. Pare che il Maurizione nazionale, nonostante non fosse ancora quella star che oggi tutti conosciamo, si innervosì molto per l’insistenza della controparte nel sostenere la propria tesi e anche se la storia gli ha dato ragione oggi vi è un dibattito aperto sulla questione in cui le posizioni di molti degli addetti hai lavori è piuttosto vicina a quella del suo temporaneo vicino di letto. I due non si sono mai più rivisti per colpa pare di un cornetto alla crema pacificatorio offerto da Cattelan non accettato da Simone… Dopo un po’ vado via ma questa volta non attacco neanche una delle mie smorfie, Roma non mi merita più. Ah dimenticavo di parlarvi dei quadri: “Dipinti, caratterizzati da una forte gestualità astratta. Si intravedono, come sommerse, scene di corpi attorcigliati dissolte in voluttuose pennellate”.


Pubblicato su; "Juliet" n. 158 June 2012

In foto: L’opera di Maurizio Cattelan alla Biennale di Venezia del 1993, Piazza di Spagna a Roma.




Kermessart di Pino Boresta


Esserci e scomparire




Cosa esiste di più sperimentale che esserci, per poi sparire in mezzo a tutte le altre centinaia di opere sparpagliate in ogni dove; sopra e sotto a destra e sinistra di qua e di là, dentro e fuori e ovunque sia possibile infilare qualcosa. Questo il destino degli artisti italiani che hanno partecipato alla mostra nel padiglione Italia della 54° Biennale di Venezia. Una kermesse che nonostante le critiche o, forse, proprio grazie a queste, ha fatto il pienone, almeno nei giorni del vernissage. Infatti, visto il così alto numero di artisti, il successo di pubblico era probabilmente l’unica cosa prevedibile. Del resto come si poteva far mancare la propria presenza in un giorno così importante a tanti artisti che la biennale se la sognano anche di notte proprio come me, e pensare che Vittorio mi aveva pure telefonato ma dopo una breve chiacchierata mi ha detto che non lo avevo convinto, che sia un buon segno? 


Ora mi domando è meglio la grande ammucchiata di Sgarbi o un padiglione Italia assente? Ha chi ha veramente nociuto un pasticcio come quello di Sgarbi? A quei due artisti che sarebbero stati invitati perché appartenenti alla lobby dei soliti noti scelti al posto dei 300 (né giovani né belli né forti) o alla credibilità della nostra arte contemporanea nei confronti del mondo? Ma del resto chi ci dice che la prossima volta non sia peggio? Per questo io non ne farei un dramma ma proporrei Sgarbi santo subito: ha regalato un sogno a centinaia di artisti e la speranza ad altri migliaia, e in tutto questo non ci sarebbe niente di male se non fosse la stessa legge della natura a insegnarci che la specie non migliora senza selezione, e madre-natura sceglie realmente i migliori e in genere non sbaglia. 


Chi ama le statistiche sottolinea i numeri e le cifre vincenti di questa Biennale che il personaggio mediatico Vittorio Sgarbi ha contributo a migliorare, ma ora la palla (avvelenata?) passa ai prossimi curatori della 55° Biennale con la speranza che sappiano approfittare di tutta questa aumentata popolarità dimostrandoci che “L’arte non è cosa nostra”.



Pubblicato su; "Juliet" n. 157 April – May 2012


In foto: Due momenti della performance del cantante del complesso “Elio e le storie tese”durante il vernissage del Padiglione Italiano della 55° Biennale di Venezia, Foto opera composizione del manifesto del Padiglione Italiano.

L’audace di Pino Boresta


Lui cerca la virtù


Blues, jazz, folk, country, swing, funky, pop, rock, classica, quale sarà stata la musica che ascoltava l’uomo con le cuffie che a piazza Barberini ballava instancabile tutto il giorno? Lui non potrà più dircelo… è morto. Coreografie (quelle di Remigio Leonardis, cosi si chiamava) che esercitavano sui passanti una sorta di ipnotica curiosità che secondo l’ex sindaco Rutelli erano causa di incidenti tra automobilisti. Remigio non era un invasato e sapeva bene quello che faceva con tanto di relazione scritta che portava sempre al seguito e che di tanto in tanto mostrava a qualcuno. 


Queste sue performance gli hanno procurato anche una certa notorietà portandolo a partecipare a spettacoli teatrali di Franca Valeri e a sfilate di moda di Gattinoni oltre ad essere notato anche dal grande Alberto Sordi che voleva trarne un film a lui ispirato immaginando la storia di un miliardario che danzava per la città tutto il giorno come un pellirossa impazzito. 


A me Remigio ha sempre ricordato “La linea” l’omino con il nasone creato dal disegnatore Osvaldo Cavandoli che per oltre 30 anni (ora non più) è stato il marchio delle pentole Lagostina e che con quelle divertenti scenette dei caroselli catturava sempre la mia divertita attenzione proprio come il Leonardis con la sua spassosa camminata ritmata. Remigio (ex direttore di banca) probabilmente esagerava quando sputava con disprezzo verso tutte le auto blu che sfrecciavano nel traffico, ma per lui che aveva l’ardire di farlo (prendendosi pure una denuncia per vilipendio) quanti ce ne sono oggi che saprebbero farlo? E chi sa, forse questo bizzarro eretico, felicemente incapsulato in quelle sue straordinarie cuffiette hi-fi ascoltava Fabrizio de Andrè che gli cantava “Ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore / Anche perché non ho mai capito bene cosa sia la virtù e cosa sia l’errore”.


Pubblicato su; "Juliet" n. 156 February – March 2012

In foto: Foto composizione La linea e Remigio Leonardis, Remigio Leonardis durante una sua performance, Foto composizione La linea ed il suo creatore Osvaldo Cavandoli, Fabrizio de Andrè.



Gioca gioca… di Pino Boresta



              Smontare le regole


Che cosa bisogna fare per essere invitati alla Biennale di Venezia? Così risponde Angela Vettese nel 2009 citando un suo libro durante uno degli incontri al festival di faenza : “Bisogna lavorare molto, essere convinti di quello che si fa, avere degli amici artisti, non credere che un critico ti possa portare alla biennale o in alcun altro luogo se non hai dietro il lavoro e una comunità di artisti, sono d’accordo e concordo con il finale del libro che dice“Il sistema dell’arte sembra premere sugli artisti con le sue regole di marketing e con il suo indubbio cinismo, ma in realtà, se ne osserviamo l’evoluzione con distacco, esso ha poi sempre assecondato più che determinato i comportamenti dei suoi primi attori. Per quante resistenze il mondo culturale più conservatore possa opporre, a decidere saranno sempre gli artisti. Naturalmente quelli disposti ad affrontare il loro gioco in qualsiasi sua parte, consapevoli appunto che si tratta di un gioco: non d’azzardo, piuttosto di quelli in cui la fortuna regala le carte e le occasioni buone, ma lascia vincere chi le usa con intelligenza e coraggio, chi considera una vittoria già il giocare o meglio ancora chi riesce a smontare la regola e a inventarne una nuova.”

Pubblicato su;("Juliet" n. 155 December 2011 – January 2012

In foto: Angela Vettese

Quale altrove? di Pino Boresta



             Vi faremo sapere



È tutto inutile nessuno è disposto a rischiare per sostenere te e il tuo lavoro, non hai le credenziali necessarie, né i giusti sostenitori e sponsor” Questo ho sentito dire alla fiera d’arte di Bologna a un artista mentre seduto alle sue spalle mangiavo e bevevo la mia spremuta di arancia costatomi al bar un occhio della testa. Del resto lo ha detto pure la discografica Mara Maionchi, quella di “X Factor” per intenderci, che i Vertigo (gruppo musicale degli anni 80) sono stati da lei abbandonati perché non si è trovato nessuna multinazionale che volesse investire su di loro. 


Allora mi domando quanti e quali artisti che ora vanno per la maggiore hanno dietro delle multinazionali o qualcos’altro? Quanti artisti hanno qualcuno che investe pesantemente su di loro, quando non sono loro stessi a farlo? E stiamo attenti che non siamo alla solita lamentela…. perché se a lamentarsi sono critici curatori economisti siamo di fronte a un analisi del sistema dell’arte, mentre se lo fanno gli artisti sono dei piagnoni emarginati? Daniel Birnbaum curatore della 53° Biennale di Venezia voleva guardare oltre i musei e le mostre d’arte ed evitare le gerarchie dettate da interessi commerciali e dalla moda, c’è riuscito? Allo stesso modo chi ha scritto che “bisogna guardare altrove, finché ci resta un altrove sapendo che un altrove in quanto tale non basta” l’ha fatto? Dove sarà mai questo altrove visto le solite scelte scontate che poi fanno loro? Che per “Altrove” si intenda dire “Solo chi dirò io!”? E poi dov’è questo altrove? Forse tra chi spogliandosi improvvisamente nudo durante una affollata inaugurazione al MACRO di Roma grida “Viva l’Italia” senza destare tra i presenti né scandalo né divertimento? Forse tra chi va in giro a spalmare di merda la faccia di qualche suo collega? A questo punto qualche domanda bisogna avere il coraggio farsela; Se fosse stata nutella avrebbe avuto lo stesso successo e oggi staremo qui a parlarne? Ma sopratutto se fosse stato solo un incidente di percorso visto che in realtà lui (Alexander Brener) voleva soltanto tirarsi giù i pantaloni cacarsi in una mano e spalmare la merda sulla vetrina della galleria scrivendo “Dio”, saremmo disposti a perdonarlo? 


Ma allora come ha valutato Piccio Careri non è meglio cacarsi addosso su un autobus di linea indossando uno di quei pannoloni per gli incontinenti e poi mettere il tutto sotto vuoto come fece il sommo? Saremmo così più vicini allo spirito provocatorio manzoniano e non correremmo il rischio di essere linciati.

Pubblicato su; "Juliet" n. 154 October – November 2011

In foto: Poster del complesso musicale dei Bluvertigo, Mara Maionchi, Un azione dell’artista Alexander Brener.




Artisticaly correct di Pino Boresta




Ho fatto tutto io


Ho fatto tutto io, faccio tutto io e farò tutto io”. Questo il tentativo disperato di alcuni artisti a metà carriera non gratificati dal sistema economico dell’arte i quali assaliti dall’insicurezza di non riuscire a essere riconosciuti tentano in ogni modo di conferire valore al proprio operato. E allora giù a procacciarsi conferenze, incontri, mostre, interventi, collaborazioni, partecipazioni e ospitate qui e lì e ovunque sia possibile ribadire, dimostrare, con la giusta umiltà che lui è stato il primo, il migliore, il più bravo. L’ho chiamata la sindrome dell’artista mid-career, del resto accadde anche al nostro sommo poeta che scrisse “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la retta via era smarrita”. 


Mi ricordo di un artista italiano che mostrando un vecchio film di due persone che con una corda tesa si muovevano su un terreno arato sosteneva di essere stato l’inventore della Land Art, è stato uno dei primi soggetti affetti da questa sindrome che ho incontrato. Dopo di lui nel tempo ne ho scoperti molti altri. Probabilmente a questa tipologia di artista, dimostrare di aver già pensato tutto loro, li tranquillizza e li mette in condizione di sopravvivere alle continue frustrazioni a cui anche un artista a metà carriera è sottoposto, magari per non essere stato invitato a quella biennale, per essere stato ignorato da quel famoso gallerista o critico o per non godere l’attenzione del tale collezionista. E quindi non contenti e insofferenti su tutto e tutti spesso rimettono mano al passato riesumando opere incomplete che magari neanche ritenevano tali, o lavori che non avevano indagato fino in fondo semplicemente perché qualche artista più giovane sta ricevendo consenso con operazioni simili alle sue e di cui si sente usurpato. Partono cosi aggiranti e striscianti operazioni di delegittimazione nei confronti dell’uno o tal altro artista il tutto ovviamente senza mai fare nomi per apparire sempre political correct. Questi stessi artisti specialmente se famosi non si fanno invece scrupoli quando sono loro a rubacchiare qua e là qualche buona intuizione di artisti meno conosciuti avvalorando così la tesi di chi sostiene che per aver successo in campo artistico non bisogna affidarsi a professionalità e genialità ma bisogna invece mettere in campo astuzia e cinismo sfrenato, osservando e sfruttando l’altrui lavoro.


Pubblicato su; "Juliet" n. 153 June – September 2011

In foto: Opera di land art dell’ artista Mehmet Ali Uysal in the Park Chaudfontaine (Belgium), Dante ritratto, “MERDA” ditelo con i fiori Opera di land art di artista sconosciuto.


Scodificare di Pino Boresta



L’inattuale

Marco Senaldi ha scritto: “L’arte o manifesta una coscienza critica, o non è. Un’arte non critica non produrrebbe nuovi modi di pensare e di vedere, si limiterebbe ad avvallare l’esistente e non sarebbe arte.” 


Questo vale a mio modo di vedere anche quando la critica è rivolta verso se stessa, pertanto una lotta diretta e continua verso il sistema non incarna la solita sterile lamentela, non rappresenta la solita rivendicazione sociale e non vuole essere un’opera di persuasione, ma in alcuni casi un reale lavoro d’arte. Io credo che per generare il nuovo c’è bisogno di coraggio e voglia di rischiare, gridando al mondo intero i propri intenti. C’è bisogno di un vento d’innovazione per rendere più vivi e veri i luoghi dell’arte. Ci vogliono delle impresa e delle azioni indispensabili e necessarie per correggere un sistema e un mondo dove tutto e terribilmente piatto, scontato, prevedibile e codificato. È giunta l’ora di riconoscere il valore e la diversità di chi si impone fuori dagli schemi contro le leggi codificate del sistema, in forme ed espressioni intellettuali inaspettate, bisogna imparare a conoscerle e a riconoscerle senza aver paura di apprezzarle fino in fondo per quelle che sono e cioè un salto di qualità rispetto a tante altre forme d’arte alquanto ingessate e stantie. Marcel Duchamp l’ha scritto “Il grande artista di domani sarà nella clandestinità” e se lo diceva lui che un pizzico di intuito in queste cose credo gli vada riconosciuto qualcosa di vero dovrà pur esserci, non credete? Infatti, in alcuni casi non essere assorbiti dall’establishment culturale può risultare utile per testare le capacità, il valore e la combattività di un vero artista che spesso è proprio nell’ostracismo e nelle condizioni a lui avverse che trova la forza di superare ogni tipo di difficoltà. 


Questo perché essere relegato e stare ai margini del sistema piuttosto che essere confusi tra la massa uniforme e molteplice degli omologati, allineati e ben coperti del sistema aiuta in alcuni casi a stimolare l’ingegno e la fantasia. C’è anche chi trova tutto questo inattuale, ma pare che sia un complimento visto che c’è chi ha scritto dell’opera di Alighiero: “Il concettualismo di Boetti non è modernista né postmoderno è inattuale”. Per cui come dice John Fante Fallire può essere positivo. Non è una di quelle cose che ti distruggono, ma ti ispirano, spingendoti a continuare. Il fallimento è una sfida a continuare. In un campo in cui gli strumenti sono carta e penna cosa c’è da perdere? Mi piace perdere. C’è sempre da imparare.”


Pubblicato su; "Juliet" n. 152 April – May 2011

In foto: Foto composizione Marco Senaldi, Foto composizione Alighiero Boetti.

Marchio d’artista di Pino Boresta


Ariecco la finanziaria



"Questo tipo d'arte che fa lei ha senso venderla? Se così non è, come fa un artista a sopravvivere?". Questa la domanda di una studentessa americana al termine di un mio incontro tenuto al VIU - Venice International University a Venezia nel 1999 invitato da Kristine Stiles. Se ricordo bene credo di essermela cavata con un "Non posso certo pensare a tutto io", e giù risate. Da quel momento in poi quella domanda incominciò a rimbalzarmi da una parte altra della testa esattamente come nel preistorico videogioco del ping pong della Atari. Purtroppo sempre più spesso gli artisti diventano marchi di fabbrica proprio come avviene per i gruppi finanziari e il valore di un’opera d’arte non è più determinato dal valore del loro operato ma da altri discutibili fattori. Dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose o esiste una possibilità d’inversione di rotta? E se fosse fatta una gestione meno mafiosa e più democratica del reddito nazionale pubblico destinato all’arte? E se fosse evitato l’utilizzo di denaro per la realizzazione di operazioni prive di senso? E se fosse impedito che ci sia una minoranza di persone a gestire le poche risorse destinate all’arte contemporanea? E se fossero evitati sprechi e operazioni prive di senso che non sono certo a favore della comunità artistica? 


Ma ariecco la finanziaria e quel poco, pochissimo del reddito nazionale pubblico destinato all’arte. E puntuali sorgono le solite dispute, contese, polemiche, disamini, lamentele e controversie sulle quali non entrerò in merito pur non riuscendo a capire perché tra i tanti assessorati alla cultura che esistono in Italia sia quasi impossibile trovarne qualcuno che gestisca bene e in maniera trasparente le poche risorse messe a loro disposizione, magari consigliandosi con qualche onesto esperto del settore? Infatti, molti comuni in Italia pensano che aiutare l’arte consista nel mettere al centro di una piazza una scultura spesso orribile come quella piazzata dal comune di Colleferro (cittadina a sud della capitale) in prossimità dell’uscita dell’autostrada e che sono costretto a vedere ogni qual volta ritorno o vado a Roma. La struttura è composta da due archi in travertino, un missile bianco, e un informe pezzo di bronzo su di un piedistallo. Vi giuro che è una delle cose più brutte che abbia mai visto, non conosco l’artista né lo voglio conoscere, ma un giorno di questi notte tempo mi armo di vernice e pennello e sul grosso missile scrivo “Ma quando cazzo parte ‘sta supposta?”

Pubblicato su; "Juliet" n. 151 February – January 2011

In foto: Monumento di Colleferro, Kristine Stiles.