lunedì 29 dicembre 2014

Prodromi FB. In principio un grido.

Firma Boresta 2007/2009 

Pino Boresta ci ha confessato che spesso i suoi progetti nascono e partono da una rivolta interiore a fatti che accadono intorno a lui che fanno scattare una molla che mette in azione tutta una serie di azione ed eventi che a tappe successive lo portano a realizzare i suoi progetti ed azioni che spesso durano anche degli anni. Qui di seguito l’artista ci svelerà generosamente (quello che in genere gli artisti tendono gelosamente a non rivelare mai) come nasce il suo lavoro durato 2 anni da lui chiamato FIRMA BORESTA.


FB Prodromi 2005/2007 


Prodromi del progetto "Firma Boresta" e le sue origini. 


Qui di seguito una delle copie del messaggio da me inviato a una molteplicità di indirizzi via email e pubblicato in calce nella sezione riservata ai commenti alle notizie su Exibart il giorno 23/04/2005.

Giovedì 5 maggio 2005, 12:43
Da: "salepepe9598@libero.it"
A: "scenaverticale" , "scgvkomel" , "schettinom" , "schifani.e" , "schole" , "S_dear" , "s_spaccini" , "s364" , "sabridg30" , "sabrinazannier" , "sagittario" , "sagramusicaleumbra" , "salaespace" , "salerno_matteo", , "salvatie" , "salvatorezappa" , "salvemini" ...... altro 



























Oggetto: Raccolta firme x Boresta e Sraccolta firme per il Padiglione Italia - Biennale Venezia 2005

Collezione Boresta www.placesofart.com/pino_boresta.htm - 4k
Mi permetto di segnalarvi la seguente iniziativa cui sento il dovere di promuovere perché giustizia venga fatta.
Vi ringrazio per il tempo che vorrete dedicarmi.
Pino Boresta

Cari amici,
questa è una raccolta firme per far si che all'artista Pino Boresta vengano date più opportunità per esporre il proprio lavoro, opere, interventi urbani, progetti sperimentali, etc. sia nelle sedi delle seguenti associazioni; Associazione Acacia, Associazione Galleristi d'Arte Moderna e Contemporanea, Associazione Viafarini, Associazione arte giovani, sia in altre Associazioni, Fondazioni, Gallerie private, Musei, o altri spazi ed enti istituzionali e non. Magari con l'apporto e l'aiuto del curatore e critico Francesca Pasini e molti altri. Ho intenzione di inviare ed indirizzare questo elaborato anche a Davide Croff, attuale Presidente della Biennale di Venezia.
Mio obbiettivo è far sì che nei mie confronti, ma soprattutto nei confronti del mio lavoro che porto avanti da tanti anni (da molti apprezzato ma non disposti a sostenerlo per le solite ragione che è inutile che io ribadisca nuovamente, visto che tutti le conoscono bene) vi sia la giusta e dovuta attenzione che ritengo meriti. Che il Padiglione Italia torni invece a essere sede ufficiale della nostra rappresentanza nazionale non me ne po' fregare de meno, visto che come vanno le cose in questa nostra italietta dell'arte contemporanea si correrebbe solo il rischio di peggiorare ulteriormente le possibilità di un'eventuale partecipazione a coloro che lo meriterebbero realmente. Pertanto esorto tutti coloro che hanno ricevuto la lettera che riporto al termine della seguente a non firmare l'appello ivi riportato ma vi consiglio invece vivamente di sottoscrivere questo.
Perché il presente documento abbia valore legale è necessario raccogliere un minimo di 10.000 firme. Per questo potete preparare un foglio contenente una griglia per la raccolta delle firme che vi prego di stampare e far compilare a tutte le persone interessate all'argomento estendendo la sottoscrizione a più persone possibili.
Una volta completato è fondamentale che il foglio originale venga restituito via posta al seguente indirizzo. Pino Boresta via Garibaldi ................. per ulteriori informazioni chiama il 339........
Confido nel vostro entusiasmo per portare a compimento questa operazione che richiede grande sforzo da parte di tutti voi, ma che sarete sicuramente contenti di affrontare come "amanti e sostenitori dell'arte contemporanea".
A questa iniziativa aderiranno musei, critici, associazioni, gallerie, collezionisti e semplici appassionati che spero confermino il loro appoggio intellettuale.
Per ottenere 10.000 firme è sufficiente riempire 200 fogli con 50 sottoscrizioni, la matematica non è un opinione a differenza di quello che succede in arte.
Sono quasi certo che ce la faremo.

Grazie per il vostro contributo

Pino Boresta un artista








__________________________________________________

Questa la lettera a me arrivata via email



Lunedì 4 Aprile 2005 18:31
Da: "Artegiovane Milano" <artegiovanemilano@artegiovane.com>
A: "Pino Boresta salepepe9598@libero.it"

Oggetto: Raccolta firme per il Padiglione Italia - Biennale Venezia 2005

Collezione Peruzzi www.collezioneperuzzi.it
Mi permetto di segnalarvi la seguente iniziativa a cui mi sento di aderire in toto.
Vi ringrazio per il tempo che vorrete dedicarci.
Vittorio Peruzzi














Cari amici,
vi trasmetto il documento che - insieme all'Associazione Acacia, all'Associazione Galleristi d'Arte Moderna e Contemporanea, all'Associazione Viafarini e a Francesca Pasini curatore e critico - abbiamo elaborato ed indirizzato a Davide Croff, attuale Presidente della Biennale di Venezia. Nostro obbiettivo è far sì che il Padiglione Italia torni ad essere sede ufficiale della nostra rappresentanza nazionale.
Perché il documento abbia valore legale è necessario raccogliere un minimo di 10.000 firme. Per questo abbiamo preparato un foglio contenente una griglia per la raccolta delle firme che vi prego di stampare e far compilare a tutte le persone interessate all'argomento estendendo la sottoscrizione a più persone possibili.
Una volta completato è fondamentale che il foglio originale venga restituito via posta o via fax, al numero 02......... oppure 02........
Confido nel vostro entusiasmo per portare a compimento questa operazione che richiede grande sforzo da parte di tutti noi, ma che siamo contenti di affrontare come "amanti e sostenitori dell'arte contemporanea".
A questa iniziativa hanno aderito musei, critici, associazioni, gallerie, collezionisti e semplici appassionati che ci hanno confortato con il loro appoggio intellettuale.
Per ottenere 10.000 firma è sufficiente riempire 200 copie del foglio allegato!!!
Sono quasi certo che ce la faremo.

In allegato trovate copia della lettera e scheda da scaricare.

Grazie per il vostro contributo

Il Presidente di Artegiovane Milano
Paolo Agliardi






















Questa la lettera in allegato:

Al Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Davide Croff

La Biennale di Venezia, a differenza di quelle nate successivamente, oltre che dalla mostra del Direttore, è caratterizzata da quelle dei Padiglioni, che rappresentano, a tutti gli effetti, le singole nazioni.
L’Italia, in quanto paese ospitante, aveva un Padiglione più ampio per presentare sia gli artisti italiani, sia la mostra del Direttore, che negli anni si è estesa alle Corderie e, dal ’99, a molti altri spazi dell’Arsenale. Ma, dal ’99, con la prima edizione di Harald Szeemann, il Padiglione Italiano è confluito nella mostra generale.

Dare più spazio al progetto del Direttore, ha rinnovato il prestigio della Biennale di Venezia, che è la madre di tutte le Biennali, ma l’assenza di un nostro Padiglione ha creato una disparità nella discussione critica, altrettanto importante, tra l’Italia e i singoli paesi.

Tutti quelli che hanno sede storica, ai Giardini di Sant’Elena, hanno mantenuto il proprio Padiglione, mentre quelli che non erano rappresentati, e che ad ogni edizione aumentano, si dotano di un Padiglione temporaneo in città.
L’unico paese che non ha più un proprio Padiglione è l’Italia.

Un’incongruenza clamorosa: è normale che vi sia particolare attenzione agli artisti del paese che ospita rassegne quali Documenta, Manifesta e altre Biennali; invece, a Venezia, dove ogni paese è chiamato a proporre le ricerche più avanzate, l’Italia non ha più una sede per farlo.

Non è una sparizione senza conseguenze: tuttora ha grande valore il premio assegnato al miglior Padiglione, un premio dal quale l’Italia è di fatto esclusa, visto che non c’è un luogo adeguato, dove dar conto della propria ricerca.

La dialettica tra le scelte del Direttore e quelle dei Commissari Nazionali non risponde solo al modello storico della Biennale veneziana, è anche una testimonianza del dialogo tra diverse identità nazionali, che sta alla base dell’attuale criterio di riconoscimento artistico.

La Biennale di Venezia è l’occasione più importante che abbiamo in Italia per partecipare ad un simile dialogo, non possiamo sottrarci a questo compito.







Chiediamo pertanto al Presidente Croff:
  1. Che il Padiglione Italia torni ad essere la sede di rappresentanza nazionale.
  1. Che venga istituita una commissione nazionale di critici, curatori, direttori di musei e specialisti del settore che nomini, per ogni edizione, un Commissario Nazionale al quale affidare il Padiglione Italia, come avviene in tutti i paesi presenti alla Biennale di Venezia.
Solo così si può ristabilire un equilibrio nella partecipazione degli artisti italiani, solo così le autonome scelte del Direttore e del Commissario documenteranno un reale confronto critico sulla selezione italiana.


Qui di seguito la ricostruzione delle pubblicazioni su Exibart.onpaper nella rubrica di Angelo Capasso






Exibart.onpaper n. 23 giugno – luglio 2005
rubrica “capasso e le stelle” sezione “Lettere”

Ciao caro Angelo,
Sono dei pesci ma mi sento più pollo. "Ci trattano come polli in batteria!?" Questo gridava oggi un vecchietto del paese parlando di politica. Questa la frase ascoltata casualmente da me oggi e che riflette perfettamente lo stato d'animo provato quando ho ricevuto l'e-mail "Raccolta firme per il Padiglione Italia - Biennale Venezia 2005". Con quale coraggio questo manipolo di critici, galleristi, direttori di associazioni che non mi ha mai cagato (e mi conoscono bene loro come anche molti altri in Italia che sostengono pure di apprezzare il mio operato) vengono a chiedermi di aiutarli? Sarò pure un artista di merda, ma non sono ancora cerebroleso. Per questo ho deciso d'intraprendere un'azione e diffusione parallela di raccolta firme con una petizione a mio favore dove chiedo più opportunità per presentare il mio lavoro (di cui ti ho inviato una copia). Ebbene vorrei sapere cosa dicono le tue stelle riguardo questa mia nuova iniziativa più drammatica che provocatoria.
Pino Boresta

Ciao caro Pino,
L'arte è democratica, ma si muove su un campo di battaglia. Ognuno ha le proprie armi e ogni vittoria si ottiene "per forza o con frode" dice Machiavelli. O meglio "Ciascuno a suo modo" direbbe il buon Sciascia. Non credo nella disponibilità democratica degli spazi e degli incensamenti gratuiti. La tua iniziativa rientra in uno stile personale che per opportuna delicatezza non intendo mettere in discussione, anche se il "consiglio delle stelle" è ovviamente di lasciare i polli e le lamentele tra le dentiere dei vecchietti. La questione del Padiglione Italia è una questione seria ed ha a che fare proprio col problema che sollevi tu: quello di dilatare gli spazi. Ma tu non te ne sei accorto, mi pare. In questo momento storico, da noi "sprovincializzare" significa riuscire a guardare con un orizzonte più concentrato e ristretto per non perdere quanto di utile esiste sul territorio. L'Italia non tanto come stivalotto della razza italica, ma in quanto zona geografica dove vivono e operano artisti di origini diverse. L'Italia come "luogo d'affezione" (autocito un mio saggio di qualche anno fa). Sarei anzi dell'idea che la stessa politica "provincialista" (ahimé) ma provincializzante riguardasse non solo la questione Biennale, ma anche altri anelli del sistema dell'arte: penso ad esempio al modo con cui si superano gli imbarazzi nella scelta dei curatori affrettandosi a tirar fuori nomi esotici; alla questione gravissima degli spazi sulle riviste d'arte, dove gli artisti che operano da noi esistono con un rapporto 1 a 5; o a quei comportamenti assoggettati definitivamente allo strapotere americano del tipo "ti racconto ogni giorno che succede a New York" in stile emigrato-valigia-di-cartone anni '50 che ancora fa effetto su una classe di operatori rimasti a Woody Allen (tra l'altro, lo stesso Allen ha abbandonato New York per ambientare il suo ultimo film in Europa). Il Padiglione Italia sicuramente favorirebbe il collezionismo. Così come una maggiore attenzione nei confronti delle risorse esistenti sul territorio. Non è un discorso di parte il mio. Ti assicuro che gioisco per una bella mostra, chiunque sia a parteciparvi o a curarla. Sono critico non per invidia, ma per amore. È bene essere incazzati, ma attenzione alla bile.
Angelo Capasso





Exibart.onpaper n. 24 agosto – settembre 2005
rubrica “capasso e le stelle” sezione “Lettere”

Caro Capasso,
Ho letto con attenzione la tua risposta a Pino Boresta sul numero scorso e non sono d'accordo. Concordo invece con Boresta. È verissimo che il comportamento abituale di questi gonzi che chiedono il sostegno alle loro iniziative in nome della collettività alla fine fa bene solo a loro. Non c'era mica bisogno di raccogliere le firme per dare voce ad un dissenso che alla fine ha espresso pure Buttiglione. Se il Ministro della Cultura del governo Berlusconi dice le stesse cose di quelli che raccolgono le firme, la cosa mi puzza. Magari raccolgono le firme per un Referendum e poi dicono di non andare a votare. (Ah complimenti, per gli Interni Moderni da Volume!).
Francesca Maglietta

Cara Francesca,
L'affare s'ingrossa. Sapevo che l'argomento avrebbe incuriosito molti, e ti assicuro che sarebbe necessario un numero speciale di Exibart per dare voce a quanti ci hanno scritto sulla questione Padiglione Italia. "Italia si, Italia no, Italia gnam, la terra dei cachi", la questione è complessa: mi ripeto, non so se basterebbe soltanto rifondare uno spazio che si chiami ITALIA, per assicurare che il successo degli artisti d'oltralpe (e poi sostanzialmente nel mondo anglosassone) riguarderebbe anche gli Italiani solo in base ad una casa comune. Io non sono a favore dei partiti unici. Del resto pensaci bene: chi dice che non si ripeterebbe per mille altre volte. Lo imponiamo per legge, come la percentuale minima delle donne al governo. Guardati attorno. Quanti artisti degli ultimi trentenni hanno fama internazionale? Si contano sicuramente sulle dita di una mano (o due, magari possiamo aggiungere un piede, ma preferisco sempre avere un arto libero per l'arte). Siamo in un paese governato dall'ecumenismo della Chiesa cattolica e dall'Internazionalismo socialconfuso. Interessante il tuo riferimento all'astensionismo, forse Rutelli e la Chiesa Cattolica dimenticano che il primo astensionista della storia si chiama Ponzio Pilato. In entrambi i casi, chi mi conosce sa che mi professo a favore della monarchia inglese in Italia, da sempre, e del punk di Franco Califano a Londra. God Save the Queen.


Angelo Capasso


Exibart.onpaper n. 27 dicembre 2005 – gennaio 2006
rubrica “capasso e le stelle” sezione “Oroscopo”

Capricorno. In una email collettiva, l'artista incazzato Pino Boresta chiude il suo manifesto di guerra con "Boia chi molla", storico grido di battaglia degli squadristi. In questa riconciliazione bipartizan degli slogan, da tempo, vorrei istituire un "Me ne frego!" di Sinistra.
Angelo Capasso


Exibart.onpaper n. 30 maggio – giugno 2006
rubrica “capasso e le stelle” sezione “Oroscopo”

Pesci. Se vi sentite un pesce fuor d'acqua è per l'incontro della Luna con Marte, ormai installato nel vostro segno da giorni. Vi sentirete anche affaticati. Non preoccupatevi, anche l'artista incazzato di "Boia chi molla" è sfinito, e ha mollato.
Angelo Capasso


Articolo pubblicato su “Juliet” n. 129 ottobre – novembre 2006


Boia chi molla” é di destra o di sinistra?

Non bisogna perdere nemmeno una opportunità per avere un po’ di visibilità, lo sappiamo bene tutti che ogni ghiotta occasione va sfruttata al meglio e il Giancarlo Politi è troppo furbo ed intelligente per farsi sfuggire simili occasioni. Eppure chiamare un esposizione “Padiglione Italia out of biennale” le avrà dato realmente un valore aggiunto? Inutile ciurlare nel manico (o come si dice) perché in realtà la cosa più interessante sono state le partecipazioni, tanto è vero che potrei spiegarvi una per una tutte le motivazioni, da quella affettiva a quella più squisitamente economica a quella di solo opportunismo etc., che hanno determinato ogni singola scelta dei rispettivi curatori e i suoi quattro moschettieri artisti (questo si che sarebbe stato un bel titolo per una mostra “1 critico x 4 moschettieri”, vedi bastava chiedere a me) compreso il misterioso giallo del critico – Andrea Bellini - che ha scelto di invitarne solamente 3, poi diventati addirittura 2. Ai più attenti non sarà di certo sfuggito. Volete sapere perché? Non vi resta che leggere sin da questo numero il piccolo spazio fisso intitolato proprio “Boia chi molla”, tra le notizie spray. Vi troverete tutto quello che avreste voluto sapere ma che gli altri non hanno il coraggio di dirvi. Ehi ragazzi!…altro che il libro di Damien Hirst, vi spiego io come stanno le cose. Anzi esorto tutti coloro che abbiano nuove verità e notizie scottanti a inviarmele in modo che questo nuovo spazio su Juliet diventi una sorta di monitoraggio del sistema, una specie di ARTreport che sveli arcani e misteri. Moggi, Giraudi, Artcupole dell’arte tremate. Proviamo per una volta a smantellare e resettare quello che oggi sembra essere diventato un clichè da rispettare? Per dirla scientificamente, il problema dell’arte oggi in Italia è l’attuale sistema culturale che effettua decisioni attuando una selezione deformante sulla base del possibile sfruttamento economico sociale dell’artista scelto come persona fisica e non nel suo lavoro. Intendo dire che ho notato come spesso le caratteristiche ritenute necessarie dall’art system per attrarre rapidamente l’attenzione di tutti quei soggetti che determinano il risultato, spesso illusorio del temporaneo successo, sembrerebbero essere considerate da un po’ di tempo sempre le stesse, e cioè la condizione economico-sociale del soggetto. Ho notato addirittura come questo, ultimamente, avviene spesso seguendo una regola proporzionale in base alla quale l’ascesa è tanto più rapida quanto più forti sonno le due componenti. Ciò determina una totale assenza di attenzione nei confronti di coloro che non essendo sfruttabili, quindi inutili e non funzionali ai loro programmi, vengono emarginati con una ostruzione sistematica in quanto ritenuti anche dannosi e forvianti. Salvo essere eventualmente riesumati postumi in caso di sopravvenuta utilità funzionale agli interessi divenuti manovrabili. E questa la chiamano democrazia dell’arte? Quando Angelo Capasso (su exibart.onpaper) dice che “l’arte è democratica ma si muove su un campo di battaglia” si sbaglia perché oggi in Italia “l’arte non è democrazia” ma “l’arte è privilegio”. Io credo che in quello che lui ha definito “campo di battaglia” ognuno utilizza le armi che ha disposizione tuttavia se sugli aerei non metti i piloti più bravi ma quelli più raccomandati e ricchi, che si sono comprarti il posto, difficilmente si può vincere una guerra, non credete? Ma che minchia sto dicendo? Quelli furbi non fanno neanche la guerra, vanno avanti fino al via e ritirano le 20.000 (come diceva un famoso cartoncino degli imprevisti del monopoli). E le nostre sconfitte in campo internazionali aumentano.
Ma qualcuno forse se ne sta accorgendo.
Non è un caso che l’articolo di una giornale, a forte tiratura faccia vedere, con tanto di grafico, come il 50% di quelli che trovano lavoro nel mondo è grazie a parenti e amici mentre in Italia questa percentuale sale addirittura al 85%. Sarà forse per questo che io non riesco a trovare un gallerista che mi sostenga? Non è un caso che finalmente da più parti si cominci a rivelare che nella totalità dei concorsi che vengono fatti in Italia per rivestire ruoli di ricercatore o qualsiasi altra posizione non sono mai i migliori a vincere, e tra quelli scelti i raccomandati sono sempre oltre il 90%. Sarà forse per questo che l’unico premio da me vinto è un concorso anonimo dove la scelta era determinata solo ed esclusivamente dalla qualità dell’opera? Non è un caso se in un sondaggio di una trasmissione televisiva quando si è chiesto se l’Italia sia il paese dei privilegiati il 95% ha risposto Si! Sarà per questo che ogni qual volta ho proposto ad associazioni, fondazioni ed istituzioni dei miei progetti mi sono sentito rispondere che l’idea era interessante ma non avevano risorse da potere mettere a mia disposizione? E poi mi vengono a chiedere di firmare le loro petizioni!….. Incominciavo a pensare che presto il cinismo galoppante del sistema non mi avrebbe più dato la possibilità di lamentarmi e vi assicuro che ne ho ben donde visto che continuano a farlo a gran voce tutti coloro che non ne avrebbero nessun motivo. Come dici? Ecco qui l’ennesimo sfigato? Si!…me l’ha scritto un certo Piero Golia in risposta ad un e-mail dove vi era il link di un mio lavoro di net-art che gli era giunto. “Sei solo uno sfigato” mi ha detto.
Ma chi è l’artista sfigato?
Quanti ce ne sono stati nella storia dell’arte?
E mi chiedo questo, cercando di non scomodare un Piero Manzoni qualsiasi. Se un artista come Maurizio Cattelan in un intervista afferma che considera il suo primo periodo come quello di un artista sfigato cosa devo fare? Devo prenderla come un complimento? Devo cercare di diventare un allievo di Alberto Garutti? O devo pescare un altro cartoncino degli imprevisti sperando che questa volta sia quello che dice “Andate sino a Largo Colombo, e se passate dal Via! ritirate le 20.000 lire” ?
Pino Boresta 


Sunto tratto dal comunicato ufficiale.
Domenica 3 luglio, a partire dalle ore 11 e sino alle ore 20, al Trevi Flash Art Museum (Trevi PG, Palazzo Lucarini) si inaugura il PADIGLIONE ITALIA out of Biennale. Il PADIGLIONE ITALIA out of Biennale nasce come forma di protesta dimostrativa e attiva nei confronti del Presidente della Biennale di Venezia, Davide Croff e delle due curatrici della Biennale stessa, Maria De Corral e Rosa Martinéz, per non aver ripristinato il Padiglione Italia che, sin dagli inizi della storica rassegna, ha rappresentato sempre una vetrina e una grande opportunità, sia nazionale che internazionale, per gli artisti italiani. L'aver soppresso questo Padiglione (che sembra venga ripristinato e, speriamo, in maniera ampia e autorevole), ha significato un totale disprezzo nei confronti del paese organizzatore e finanziatore dell'evento. Ha anche significato una totale mancanza di sensibilità e professionalità da parte del nuovo Presidente Davide Croff, certamente ottimo manager ma pessimo conoscitore del sistema dell'arte italiano e internazionale. In ogni grande rassegna (Documenta, San Paolo, Corea, ecc.) il paese organizzatore e finanziatore dell'evento si ritaglia un significativo spazio per i propri artisti. Attitudine che qualsiasi osservatore internazionale comprende, giustifica e anzi avalla. Chi non capisce che il paese ospitante e finanziatore abbia qualche diritto più degli altri?

Elenco curatori e artisti invitati a PADIGLIONE ITALIA out of Biennale

LUCA BEATRICE: Marco Cingolani, Valentina D'Amaro, Massimo Kaufmann, Aldo Mondino
ANDREA BELLINI: Piero Golia, Gabriele Picco (Gianni Caravaggio)
MAURIZIO COCCIA: Mario Consiglio, Giorgio Lupattelli, Elisa Macellari e Alessandro Tinelli
CHIARA LEONI: Nicola Carignani, Deborah Ligorio, Rä di Martino, Mario Rizzi
GIANLUCA MARZIANI: Matteo Basilè, Robert Gligorov, Rafael Pareja, Adrian Tranquilli
GUIDO MOLINARI: David Casini, Luca Trevisani, Nico Vascellari, Luca Vitone
FRANCESCA PASINI: Chiara Camoni, Marta Dell'Angelo, Marcello Maloberti, Marcella Vanzo
BARTOLOMEO PIETROMARCHI: Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Jorge Peris, Lorenzo Scotto di Luzio
GIANCARLO POLITI: Carla Accardi, Getulio Alviani, Enrico Castellani, Gabo, Angelo Mosca
ALESSANDRO RIVA: Aldo Damioli, Marco Petrus, Luca Pignatelli, Paolo Schmidlin
MAURIZIO SCIACCALUGA: Davide Coltro, Giacomo Costa, Fulvio Di Piazza, Federico Guida

- solo per documentazione di riferimento -
FLASH ART NEWSLETTER
Domenica 3 luglio, alle ore 11 si inaugura il PADIGLIONE ITALIA out of Biennale al Trevi Flash Art Museum















All'inizio fu solo un grido, questo descritto su: 


Exibart.onpaper n. 42 (speciale Granour) agosto/settembre 2007 nella pagina Fotofinish 

Altro concerto ha improvvisato il sempre spassoso Pino Boresta che, non vergognandosi di essere venuto in laguna con tanto di prole, ha adocchiato una scala, vi è salito ed ha cominciato ad urlare "Invitate anche me alla Biennaleeeee".
Così scrive la redazione di Exibart.onpaper alla pagina 30 fotofinish a riferimento di una foto che mi vede abbarbicato in cima a una lunga scala infissa alle mura dell’Arsenale durate il vernissage della 52° Biennale di Venezia mentre strillavoVoglio una Biennaleeeeee!”:



























Il riepilogo di Chiara Li Volti pubblicato on line su “Culturlazio” il 29 Novembre 2007

La raccolta firme di Pino Boresta:
Accadde nel 1999. La Biennale di Venezia, quell’anno fu l’edizione di Harald Szeemann, “soppresse” il Padiglione Italiano, che confluì nella mostra generale, inglobata nel progetto del Direttore, esteso dalle Corderie fino agli spazi dell’Arsenale. L’Italia, paese ospitante l’evento, perdeva la possibilità di concorrere al premio assegnato al miglior Padiglione ma, cosa più importante, sembrava definitivamente destinata ad accettare il peso storico di una tradizione che lega il nostro paese ad un luminoso passato artistico, cui fa da contralto quella difficoltà, riscontrata in diversi campi, non solo culturali, di farsi driver di innovazione. Nel 2005 la protesta. Una lettera, aperta alla firma di quanti più possibili sostenitori - realizzata con la collaborazione di differenti associazioni culturali, curatori e critici d’arte - venne indirizzata al Presidente della Fondazione della Biennale di Venezia Davide Croff. Si richiedeva specificatamente la necessità di una rappresentanza nazionale e l’istituzione della figura di un Commissario al quale affidare il Padiglione Italia. In mezzo a tutto questo la richiesta apparentemente controcorrente di Pino Boresta. Artista provocatorio, diretto e sincero, nello stesso anno scrisse “di un’italietta contemporanea” mediocre, in cui l’animo della rappresentanza sarebbe stata invalso a fronte di un sistema dell’arte che fatica a premiare chi davvero meritevole di esserlo. Chiedeva infine di non sottoscrivere il precedente appello e, al contrario, firmare quello che avvalorava la sua stessa produzione, più che qualificata per concorrere alla Biennale medesima. L’ultima biennalità ha dimostrato tuttavia che a nulla è valsa la pretesa di Pino Boresta, a dispetto di un Padiglione Italia che, con tutte le critiche di contorno, è comunque tornato al suo posto. Ma Boresta persiste. Sabato 1 Dicembre, in collaborazione con l’Associazione Culturale Aevum, inserito nel ciclo di eventi espositivi “Mario a un anno” (dal nome del quartiere che ne è sede: Monte Mario), l’artista dà ufficialmente il via al suo secondo tentativo: FirmaBoresta è una campagna di firme in favore della sua partecipazione alla Biennale prossima. Questa volta, alla posta elettronica, preferisce fin da subito la Piazza reale, quella di Nostra Signora di Guadalupe. Per la tradizionale agorà mostra un’antica predilezione, a cominciare da quegli interventi sul suolo urbano che sono la natura più spiccata della sua espressione artistica. Adesivi su cui campeggiano le sue smorfie o piccoli Documenti Urbani Rettificati sono i due esempi più significativi della sua irriverenza. Boresta sembra voler rispolverare l’eredità di un Marcel Broodthaers nel momento in cui sceglie l’arte per farne vettore di consenso personalistico, quando l’artista belga ne faceva veicolo di approvazione culturale aggirando le istituzioni ufficiali e, anzi, emulandole, facendone il verso. Come non fare allora del progetto di Boresta una lettura dissacrante delle ultime tendenze del fare politica, dalla partecipazione locale ad un’interazione vis a vis con i firmatari che, vista la sede inusuale dell’evento, si presuppone poco abbiano a che fare con le questioni di “inclusività” nel sistema dell’arte contemporanea. A seguire una seconda parte dell’evento verrà inaugurata negli spazi dell’associazione: “Netart No-Logo C.U.S.” come estesa visibilità del marchio, l’ostentazione del proprio personalissimo brand. Pino Boresta intreccia il resoconto visivo di uno dei suoi interventi “Cerca e usa la smorfia” (C.U.S.) ad alcuni brani tratti dal saggio “No Logo” di Naomi Klein “bibbia del movimento anti globalizzazione”. Dal cittadino che firma la sua protesta al nettadino che visita il sito in cui il progetto “No-Logo C.U.S.” continuerà ad esistere, Boresta non lascia fuori nessuno.

Chiara Li Volti


















Testo pubblicato on line sui siti Exibart, Undo.net, Teknemedia, Mentelocale, Romaguide e diversi altri ed un estratto anche sulla rivista d’arte Juliet n. 136 febbraio/marzo 2008.

Comunicato stampa della mostra “Firma Boresta” di Tania Vetromile con il resoconto e riepilogo dei fatti. 

Firma Boresta inaugurazione sabato 1 dicembre – 20 dicembre 2007
Il progetto Firma Boresta”, è una campagna per la raccolta firme in favore della partecipazione di Pino Boresta alla prossima Biennale Internazionale di Venezia. L’operazione muove dall’esplicito diniego di Boresta a firmare e sostenere una campagna promossa nel 2005 da alcuni noti personaggi del sistema dell’arte italiana in favore della partecipazione di artisti italiani all’importante kermesse d’arte veneziana. Motivando, attraverso una lettera pubblica, con la totale sfiducia nei confronti dei meccanismi di selezione degli artisti insiti nel nostro sistema dell’arte contemporanea, Boresta si è lasciato coinvolgere in un divertente botta e risposta che, fra il serio ed il faceto, ha indotto l’artista a perorare la sua causa attraverso un plebiscito popolare. Il progetto Firma Boresta, in cui è evidente un’esplicita componente di protesta, implica ulteriori evidenze contenutistiche e formali. Il coinvolgimento dello spettatore anzitutto, in questo caso chiamato a firmare e, se lo desidera, a farsi fotografare - decidendo così di comparire nell’opera che l’artista realizzerà al termine della sua raccolta – è uno degli aspetti che contraddistingue la ricerca artistica di Boresta, tesa ogni volta nella ricerca di nuove forme d’interazione con lo spettatore, coopartecipe nella costruzione di modalità alternative di vivere quotidiano. Diversi anche i rimandi che possono essere rintracciati nell’attualità: il problema della meritocrazia, la sensibilizzazione dei cittadini alla presa di coscienza delle sovrastrutture di controllo, cittadini questa volta chiamati in causa, attraverso il gioco ironico dell’artista, su un terreno che, seppur totalmente loro estraneo per interessi e contenuti di merito, appare viziato di insidie largamente diffuse. Non da ultimo l’aspetto legato all’auto-referenzialità, predominante nell’operazione artistica di Boresta e utilizzato come elemento di rottura nei confronti della società globalizzata e consumista/consumistica: dalle famose “smorfie adesive”, disseminate nel contesto urbano, dei Documenti Urbani Rettificati (a contaminare manifesti, verbali di multa, cartelli stradali) ai piccoli adesivi in cui, sotto la propria faccia, l’artista chiede di lasciare un messaggio. Per l’occasione è stato presentato il progetto di Net art No-logo C.U.S., ideato da Pino Boresta e realizzato in collaborazione con l’associazione Aevum. Pino Boresta associa le immagini-documento di uno dei suoi interventi urbani più popolari “Cerca e usa la smorfia” (C.U.S.) a brani tratti dal saggio della scrittrice canadese Naomi Klein No logo, già definito quale “bibbia” del movimento anti globalizzazione. Il volto- smorfia di Boresta, da anni disseminato nelle strade di Roma e di altre città italiane, inteso come ironico e irridente “marchio” o “logo” dell’artista svincolato da qualsiasi logica economica e di mercato, diviene mezzo di opposizione all’invadente industria dei marchi e delle firme che quotidianamente cerca di imporre ai “consumatori” il proprio condizionamento pubblicitario. Con il progetto No-logo C.U.S. destinato alla fruizione sul web, luogo per eccellenza dell’”interconnessione”, viene innescato un possibile contatto tra le riflessioni contenute nel testo della Klein e la possibilità, mediante un’operazione artistica come “Cerca e usa la smorfia” di Boresta, di riaffermare l’individualità del singolo, riappropriandosi al tempo stesso dello spazio urbano attraverso un intervento “disordinante”, tendente ad attivare un rapporto diretto con l’osservatore, non più passivo consumatore ma partecipante attivo invitato a scrivere ciò che pensa riguardo alla pubblicità e alla sua invadente presenza nella vita delle città.

Tania Vetromile





L’evento dell’artista Pino Boresta si è svolto con una Performance alle ore 16.30 a Roma in Piazza di Nostra Signora di Guadalupe e alle ore 18.30 con una Installazione sempre a Roma in via fratelli Gualandi n. 29. I due progetti inediti sono stati realizzati in collaborazione con l’Associazione Culturale Aevum, a cura di Tania Vetromile, Donatella Apuzzo e Marta Seravalli.


In foto: 
Alcuni momenti dei vari eventi ed interventi nel corso dei due anni in cui il progetto "Firma Boresta" ha partecipato ufficialmente o clandestinamente, un volantino e poi ci sono delle mie Foto Composizioni di alcuni personaggi coinvolti indirettamente o citati all'interno degli articoli usciti in merito al progetto che qui riportato in ordine di apparizione : (Davide Croff e Francesca Pasini), (María de Corral e Rosa Martinez), Angelo Capasso, (Niccolò Machiavelli, Leonardo Sciascia, Franco CalifanoWoody Allen), Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Giancarlo Politi

ps
Tutto quello che è successo in seguito è ormai storia ed ampiamente documentato.
Qualche info in merito al progetto anche ai seguenti link:

Qui gli ArtBlitz correlati con il progetto "Firma Boresta" per la diffusione e distribuzione dei volanti:












Questo il progetto di Net Art No-logo C.U.S., ideato da Pino Boresta e realizzato in collaborazione con l’associazione Aevum in occasione della presentazione del progetto "Firma Boresta"

giovedì 26 giugno 2014

Anima Gonfia, che, che, che, che, che, che...



Lunedì 24 gennaio 2005 “Azione e Svantaggi”

Ieri! Sono cresciuto la mia anima si è gonfiata la mia coscienza si è allargata, la mia consapevolezza è più spessa, ma ne avrei fatto volentieri a meno.

Ieri! Non so che ricorrenza fosse ma su tutti i canali TV vi erano continui documenti sulla shoah che rivelavano verità sconvolgenti per il nostro io.

Ieri! Non riuscivo a staccare i sensi dallo schermo televisivo. Le interruzioni pubblicitarie, che in genere odio più di ogni altra cosa, erano quasi indispensabili per dare modo al mio cervello di respirare elaborando ed ordinando la marea di emozioni pensieri e riflessioni che quello che stavo vedendo ed ascoltando scatenava a getto continuo nella mia mente.

Ieri! Ho visto il mostro che dentro di noi ogni mattina dobbiamo annichilire e spingere in punizione in un angolo.

Ieri! Risucchiato come in un vortice ho compreso tutta la mia inutilità di artista di fronte a quello che apprendevo.

Ieri! Mi sono vergognato di aver qualche volta, anche se solo per qualche istante, pensato o più semplicemente ascoltato senza dire nulla, chi si lamentava del fatto che si parli ancora troppo di quello che ebrei ed altre minoranze etniche hanno vissuto sulla loro pelle.
Mi vergogno, mi vergogno, mi vergogno, di non aver avuto il coraggio di dirgli che non si può smettere né ora né mai di ripetere continuamente quello che é stato tentato di fare dai nazisti durante la guerra, perché questa tragedia enorme non è patrimonio del popolo ebreo e tedesco ma una tragedia che riguarda l'umanità intera nella sua totalità, e non tanto per la vastità delle popolazioni coinvolte ma per quello che degli esseri umani sono riusciti a fare. E per favore non parliamo di tentativo di fare perché non si può parlare di tentativo quando si uccidono a sangue freddo quasi 20 milioni e dico 20 milioni di persone. Quella di Hitler e dei suoi compari (che sono stati molti ma molti di più di quello che si vuole far credere) è un successo, un successo in pieno stile, messo in atto da quella macchina di morte che era il terzo richt.

Ieri! Ho capito che la storia ci parla anche di altre stragi sanguinose e cruente compiute da alcuni popoli su altri come quella degli europei sugli indiani americani o ancora prima dei spagnoli e portoghesi sulle popolazioni indigene dell’America del sud, ed in Asia dove i cinesi giapponesi e sovietici hanno fatto altrettanto.
Perché è vero che ancora oggi vi sono in atto dei tentativi di pulizia etnica di cui si parla troppo poco.
Ma nessuno è riuscito a fare quello che i nazisti sono riusciti a fare durante la 2° guerra mondiale. Attenzione non parlo delle cattiveria ferocia, crudeltà messa in atto da questi, perché a qualcuno non sembrerà possibile, ma vi è chi prima e dopo di loro ha saputo fare peggio. Ma parlo della loro lucida e scientifica follia delle loro azioni.
Non riesco a credere che possa essere esistito qualcuno che sia riuscito a sostenere il peso della pazzia che le loro menti malate partorivano giorno dopo giorno.
Non riesco a credere che fossero realmente degli esseri umani, mi resta più facile pensare che fossero degli extra terresti camuffati da uomini. Forse quelli che qualcuno già cercava tra di noi prima ancora della seconda guerra mondiale.

Ieri! Ho capito che non esiste un popolo di assassini… ma per qualcuno attuare un progetto di sterminio di massa non è stato diverso da altri progetti e per compierlo al meglio ha avuto il terribile cinismo d’imparare analizzando quello che l’opera in corso del massacro gli forniva come esperienza.

Ieri! Mi hanno spiegato che anche per fare bene il mestiere dell’assassino, dell’aguzzino, del carnefice bisogna avere l’umiltà di saper imparare dai propri errori e questa è l’unica umiltà messa in atto dalle SS, dalle forze speciali naziste e da molti altri tedeschi e non solo.

Ieri! Non riuscivo a dormire perché continuava presentarsi chiaro nella mente il percorso schematico messo appunto dai nazisti per uccidere milioni d’innocenti, colpevoli solo di essere nati. Per esorcizzare questo stato emotivo ho dovuto trascriverlo qui di seguito:



  • Azione; Si uccidevano in prossimità o nelle vicinanze delle loro case e cospargendoli di benzina gli si dava fuoco. Svantaggi; Il lavoro non veniva mai ben fatto ed i corpi rimanevano spesso semi carbonizzati. Si sprecava un sacco di preziosa benzina, e bisognava faticare non poco per procurarsi la legna necessaria abbattendo spesso molti amati e stimati alberi che i tedeschi apprezzavano sicuramente più degli ebrei.

  • Azione; Si portavano nei boschi si uccidevano vestiti si scavavano delle fosse poco profonde e venivano buttati dentro. Svantaggi; Anche così i tedeschi scoprirono piuttosto presto che questo costava loro molta fatica per scavare le fosse e gettarvi i corpi dentro. Inoltre spesso se non si voleva o non si aveva il tempo di spogliarli i vestiti ed altro non era riciclabile e tutto andava perduto.

  • Azione; Allora si pensò bene di portarli si! a fare una breve gita nei boschi ma prima di ucciderli gli facevano scavare la loro stessa fossa poi li facevano spogliare, li mettevano in fila nudi sul ciglio e sparandogli non dovevano neanche fare la fatica di spingere i corpi giù nella buca comune. Poteva capitare che qualcuno si ostinasse a non morire come da statuto, ed allora la povera truppa tedesca doveva faticare un po’ di più con qualche calcio qui e lì. Vi consiglierei poi di evitare la solita stupida riflessione “Visto la fine imminente avrebbero potuto rifiutarsi di scavare la fossa , e tentare magari di scappare ribellandosi tutti insieme, sarebbero morti ugualmente, ma almeno…”. Ma almeno che? avete visto troppi film di Rambo e non avete mai assistito ad un uomo che muore con il cervello spappolato da un colpo di pistola. Svantaggi; Si sprecavano molte munizioni, bisognava ricoprire la fossa ed era un procedimento molto lungo, ma incredibile a credersi questo non erano il vero problema. Il problema più grosso era costituito dalle conseguenze che riportavano i soldati del plotone di esecuzione che finivano per avere a seguito di ciò che facevano gravi disturbi psicofisici e molti di loro finivano per stare male e marcavano visita, alcuni impazzivano o scappavano, qualcuno addirittura si suicidava, ma nessuno si rifiuto mai di fare il proprio dovere. E se un essere umano preferisce suicidarsi piuttosto che rifiutarsi di eseguire un ordine credo debba essere oggetto di un attenta riflessione e forse a questi si! Che varrebbe la pena di scoperchiargli la testa per vedere come rimbalzano da una parte all’altra i neuroni del loro cervelletto. Probabilmente in maniera più interessante di quelli dei gemelli monozigoti vivisezionati dai nazzi-scienziati pazzi.

  • Azione; A questo punto era chiaro che dovevano trovare altri sistemi più sbrigativi, meno faticosi, ma soprattutto meno shockanti e traumatizzanti per la truppa. Non fu difficile trovarli, infatti, é a questo punto che scesero in campo con tutta la loro creatività le menti più criminali partorite in seno al regime. Cominciarono ad utilizzare di volta in volta quello che l’occasione ed il territorio offriva. Pertanto, in un caso la comunità intera di un paese venne tutta rinchiusa in una sinagoga alla quale venne poi appiccato il fuoco non risparmiandosi di sparare raffiche di mitra sui bambini che alcuni genitori nella speranza di salvarli gettavano da alcune finestre che erano riuscite ad aprire. In altri casi specialmente nei paesi freddi del nord si approfittava dei vasti laghi ghiacciati nei quali si praticava un grosso buco dove venivano gettate centinaia di ebrei, e non solo, e poi richiuse. Dove non vi erano laghi si penso di sotterrarli vivi, E’ stata questa una delle scene più scioccanti che ho visto ieri incollato allo schermo con occhi secchi che non riuscivano a trovare il tempo sbattere le palpebre per essere inumiditi. Ma finalmente arriva il colpo di genio, e qualcuno, credo a Treblinka ma potrei sbagliarmi, pensò per la prima volta di usare i gas. Quella prima volta usarono i gas di scarico degli automezzi, ma visto i buoni risultati non ci misero molto ad organizzarsi. Svantaggi; Pochi, se non quello di quegli odiosi cadaveri da eliminare ma alla quale trovarono ben presto una soluzione alla loro altezza e che gli procurerà parecchia fama ma di quella infame degna della loro infamia , i forni crematori.

  • Azione; E quindi arrivarono i campi di sterminio di Aushwitz, Dachau e molti altri, organizzati per rendere le cose più semplici e sbrigative per tutti, sia ai carnefici, che a questo punto non dovevano far altro che sorvegliare ed impartire ordini, ai martiri che condannati a morte quasi potevano scegliere come morire, sparati, bastonati, gasati, fulminati sui fili di recinzioni, impiccati (i più volenterosi riuscirono a farlo anche da soli), poi c’era chi sceglieva di morire di fame regalando fino all’ultimo giorno quella poca schifezza che gli davano da mangiare ai propri compagni ecc. ecc.. Svantaggi; Nessuno, anzi qualche vantaggio visto che i tedeschi riuscivano così a procurarsi la materia prima a bassissimo costo per fare saponette ed affini. Quindi questa volta niente controindicazioni, la macchina della morte era riuscita a trovare la sua perfetta chiusura del cerchio. L’unica preoccupazione consisteva nel fatto di fare presto perché stavano, fortunatamente per tutti noi, perdendo la guerra.



Avete! Avete visto quanta volontà, quanta abnegazione, quanti sacrifici bisogna fare, ma soprattutto quanto sia importante la pratica, per imparare bene il proprio lavoro di assassini o più propriamente di sterminatori di massa?

Materia prima per imparare c’è n’era molta in Europa. Troppa… purtroppo. Provo miseria nel pensare che…e mi resta difficile credere che… se non ci fossero stati ebrei o zingari ecc. questi carnefici avrebbero rinunciato ad imparare sempre meglio il loro mestiere, ma ciò che ho visto ed ascoltato non riesce a farmi pensare diversamente.
E si! Perché di propensione al mestiere di carnefici-assassini bisogna parlare e non di ideologia quando si riesce a mettere in atto un escalation come quella descritta qui di seguito:

  • NNNNEMICI; Hanno cominciato con l’uccidere gli avversari politici o chiunque la pensasse diversamente, perché n-e-m-i-c-i del popolo tedesco di cui “solo Lui” voleva il bene.
  • SSSSCOMODI; Per passare subito dopo a tutti coloro che pur pensando nella stesso modo erano però concorrenti s-c-o-m-o-d-i, e quindi traditori e spie al servizio del nemico.
  • CCCCARITA; E quindi giunge finalmente il momento di cominciare a mettere in atto un po’ di c-a-r-i-t-à e misericordia aiutando tutti quei poveri malati di mente rinchiusi nei manicomi a porre termine alla loro sofferenza terrena. Certi di compiere quello che loro stessi desideravano più di ogni altra cosa, li aiutavano a trapassare felici e contenti visto che così facendo davano una mano anche alla loro madre patria nel risparmiare risorse ed energie importanti che poteva essere in questo modo spostate su fronti più produttivi e necessari al regime, tutto in nome della gloriosa collettività germanica
  • DDDDANNOSI; Ben presto arrivò il turno dei leader, degli intellettuali, degli uomini più attivi ed intelligenti che avevano la sola colpa di essere ebrei, quindi d-a-n-n-o-s-i alla causa della comunità ariana.
  • NNNNOCIVI; Da qui al passo successivo, e dichiarare tutti gli ebrei, zingari, negri ed altre etnie esseri inferiori, fu breve. Tutti gli uomini adulti di tali razze vennero considerati n-o-c-i-v-i al popolo dell’impero. Pertanto andavano espulsi od eliminati in qualche modo, anche perché non degni di calpestare la stessa terra della razza suprema.
  • PPPPERICOLOSI; Dopo poco si decise di eliminare, quanto prima, tutti gli uomini dal sedicesimo anno di età delle etnie sopra citate considerati p-e-r-i-c-o-l-o-s-i per cui destinati a morire. Per il momento si escludevano dal massacro le donne ed i bambini con i quali non si era ancora deciso cosa fare.
  • IIIINFERIORI; Quindi, arrivò l’ordine di eliminare anche le donne che avrebbero potuto partorire altri inutili esseri i-n-f-e-r-i-o-r-i.
  • IIIINUTILI; Ma alla fine si decise di non tergiversare più e di ucciderli tutti, avendo però l’accortezza di cominciare dai i più deboli e malati insieme ai vecchi donne e bambini considerati i-n-u-t-i-l-i e pertanto un peso non più sostenibile dal grande stato.



Ma a questo punto sorgeva un problema… ammazzare tutta quella gente era un impegno troppo faticoso d’assolvere da soli cosi ebbero la brillante idea di farsi aiutare dagli stessi ebrei ed altri prigionieri. Nasce così la figura del “Capò” che in genere veniva assegnata ai più robusti degli uomini e delle donne. Altri ancora sani, e fisicamente sfruttabili, venivano utilizzati come schiavi per ogni tipo d’impiego, i più degradanti. Praticamente quello che all’inizio delle persecuzioni era considerata la condizione peggiore che ti potesse capitare, divenne ben presto la più ambita.
Divenire uno schiavo condannato ai lavori forzati sottoposto ai più efferati maltrattamenti perdendo ogni sorta di dignità nei confronti della propria persona era l’unico modo che ti permetteva di rimanere in vita.

Quando! Quando poi ho ascoltato la testimonianza dell’uomo dai pantaloni corti scampato alla morte è nato in me la necessità di scrivere qualcosa nel tentativo di descrivere le mie emozioni i miei pensieri.

che

Che!…Quella mattina mia madre, sapeva che sarebbero venuti a prenderci ed era informata di come andavano le cose.
Prendendomi da una parte, mi domandò (ma in realtà me lo stava dicendo) “Cosa vuoi fare? vuoi metterti i pantaloncini corti?, ed allora resteremo sempre insieme e vicini in fila con me e la tua sorellina e non ci divideranno, o vuoi metterti i pantaloni lunghi ed allora i tedeschi potrebbero pensare che sei già un uomo e ti metteranno nella fila con papa e tutti gli altri uomini?”. Non aspetto la mia risposta e mi mise i pantaloni lunghi. Quel giorno sul piazzale, quando ci divisero, fu l’ultima volta che vidi mia madre e la mia sorellina”

che

Che!…Un bambino nudo cerca in ginocchio a tastoni la mano del padre appena ucciso. Un tenete si avvicina estrae la pistola dalla fondina l’appoggia alla nuca del bambino, ancora carponi, e spara…. poi con un calcio lo spinge giù nella fossa. Il tedesco che ha raccontato questa storia piangendo ha detto “avrei dovuto raccontarlo a qualcuno, avrei dovuto farlo sapere…e forse qualcuno li avrebbe fermati”

che

Che!…Una donna sulla banchina ferroviaria rifiuta di separasi dal suo bambino, la minacciano dicendogli che se non lo avesse fatto l’avrebbero uccisa insieme a lui, lei risponde che avrebbe preferito morire piuttosto. Un tedesco delle SS si avvicina estrae la pistola, accosta le due teste, quella del bambino a quella della madre e spara un colpo, poi soddisfatto rivolgendosi a tutto il pubblico non pagante grida ad alta voce mostrandola la pistola orgoglioso
“con una sola pallottola ”

che

Che!…Uno degli addetti alle camere a gas appena apre la porta sente il pianto di un bambino. Subito si accorge che un neonato era sopravvissuto miracolosamente, avverte immediatamente un soldato nazista che deciso senza battere ciglio, ne pensarci su un attimo, si avvicina al piccolo e gli spara un colpo. Uscendo dice “I miracoli non esistono” rivolgendosi a tutti coloro che avevano osato proferire la parola miracolo. Probabilmente aveva ragione lui in quel punto del modo non esisteva e non vi era spazio che per una sola realtà di cui lui era guardiano e Dio.

che

Che!…Una bambina nuda viene travolta e quasi soffocata dai corpi anch’essi nudi degli adulti, che morendo gli crollano in dosso. Quando sente che cantando sotto i fumi dell’alcol il plotone di esecuzione se ne stava andando, con estrema fatica riesce ad emergere da quella montagna di cadaveri e fugge nel bosco.

che

Che!…Questi sono solo alcuni dei tantissimi incredibili, sconvolgenti e shockanti episodi raccontati dai sopravvissuti all’olocausto che ieri mi si sono scolpiti nella mente, ma non ne sono contento, perché e solo la mia memoria e come tale non esiste se non dentro di me, mentre ben altro valore ed importanza avrebbe scolpire la pietra della memoria collettiva.

CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE



Estensione dell'olocausto
Il numero esatto di persone uccise dal regime nazista è ancora soggetto a ulteriori ricerche. Recentemente, documenti declassificati di provenienza britannica e sovietica hanno indicato che il totale potrebbe essere superiore a quanto ritenuto in precedenza. Ad ogni modo, le seguenti stime sono considerate altamente affidabili.
  • 5,6–6,1 milioni di ebrei
  • 3,5–6 milioni di civili Slavi
  • 2,5–4 milioni di prigionieri di guerra
  • 1–1,5 milioni di dissidenti politici
  • 200.000–800.000 tra Rom e Sinti
  • 200.000–300.000 handicappati
  • 10.000–250.000 omosessuali
  • 2.000 Testimoni di Geova



CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE CHE

anima gonfia

ieri

azione e svantaggi

nnnn ssss cccc dddd nnnn pppp iiii iiii

che

questa la breve storia dell’azione ed i suoi svantaggi



Pino Boresta