sabato 13 giugno 2015

Odio a perdere


Il vandalo che fece una magia




















Il professore usci dal laboratorio urlando “Qui sono tutti dei vandali, ora vado dal Preside e vedranno!” avevano deturpato la sua scultura di Carlo Alberto dalla Chiesa. Entrando nell’aula di modellato scopro che avevano inferto cinque sei colpi con il collo di una bottiglia sul mezzo busto in creta ancora fresco del generale. I buchi sul mezzo busto erano così precisi e netti che non solo sembravano voluti ma lo rendevano perfetto. Quando il prof. tornò in classe con la preside mi sono guardato bene dal rivelargli che secondo me l’opera (così rivisitata) sembrava molto più significativa, anche in considerazione del tragico evento nel quale era morto Carlo dalla Chiesa. 

























Ma quando anche una collega gli ha detto “Ma sai che potresti lasciarla così!”, allora mi sono aggiunto alla discussione consigliando al prof. di accomodare la scultura giusto un tantino qua e là e di esporla così. Mi ha risposto che lui non l’aveva pensata così e se l’avesse lasciata in quel modo era come se l’opera fosse stata fatta dal vandalo che l’aveva danneggiata. Gli ho risposto che ciò non era rilevante perché a molti artisti capita spesso di trovare soluzioni per le loro opere a causa di errori o fortunate coincidenze: Kandinskij scoprì l’arte astratta entrando nel suo studio e trovando uno dei suoi paesaggi naif, che non aveva riconosciuto, capovolto. 










Lui mi ha risposto insistendo sul fatto che quei buchi però non li aveva fatti lui, allora io ho cercato di fargli capire che oggi come oggi questo non ha nessuna importanza, inoltre lui non sarebbe mai riuscito a farli così perfetti in quanto erano stati inferti con una cattiveria ed un odio che li rendevano inimitabili e vi si leggeva per di più un furore difficilmente riproducibile. Ho tentato di fargli intendere che quello che conta è il risultato finale e che il resto fa solo parte del percorso di un’opera. Spesso un’opera ben riuscita ha una forza intrinseca difficilmente spiegabile che lancia le menti dello spettatore a significati che vanno oltre a quelli che un artista vuole raggiungere, ma uno degli obbiettivi più importanti che un’opera deve indubbiamente possedere è quello di attirare l’attenzione dello spettatore, e lui era stato fortunato che tutte queste caratteristiche fossero quasi magicamente confluite in quel suo lavoro. Inoltre un’opera che fa parlare di se prima ancora di essere esposta può solo che essere un vantaggio. 
















Questo in sostanza quello che volevo far capire all’affranto professore del Liceo Artistico, ma purtroppo i miei consigli sono caduti nel nulla e il busto è stato rimodellato in maniera quanto più classica e canonica non si poteva e la vera opera è ora sepolta nella memoria dei pochi che ebbero la fortuna di vederla e in questo breve testo che spero possa essere d’aiuto per qualcuno in futuro.


Pubblicato sul sito di “Artribune” il 2 gennaio 2015

Questo il cappello a cura della redazione:
Qui c’è un testo d’artista. Ma non è uno statement (o forse, in effetti, lo è) e neppure una considerazione critica. È un racconto. Vero, verosimile, non lo sappiamo. È un bel racconto, dal punto di vista “letterario” e da quello, diciamo così, estetologico. L’ha scritto l’immarcescibile Pino Boresta.
M.E.G.

In foto:
Ritratto digitale di Carlo Alberto dalla Chiesa (una mia opera).
Ritratto digitale di Vassily Kandinskj (una mia opera).
Graffito con Brock Vandalo font.
Foto di Liceo Artistico a Roma.


Società di massa + gap = Genio


Odi et Amo 
















Non appoggio il capitalismo o il comunismo, ma il ‘Clitoridismo’ anche se in tutta sincerità vedo l’anarchia come soluzione finale”
John Fante

Ognuno di noi sopraffatto dalla frustrazione, deve migliorare o comunque cambiare quello che vede non scendendo in strada e facendo attività politica, bensì gettando uno sguardo profondo su altre possibilità e alternative fabbricate dalla sua testa”.
Philip K. Dick

No! Non disquisirò di politica, ma di arte e letteratura.
John Fante e Philip K. Dick sono due scrittori al quale ho dedicando diverso del mio tempo, due artisti del linguaggio che adoro perché anche loro in modo diverso erano assillati dall’idea della morte, ma chi non lo è? Suvvia! Siate onesti ognuno di noi in un modo nell’altro è ossessionato dalla morte, poi c’è chi riesce a nasconderlo e chi invece vi si cala dentro e tenta di esorcizzarla.
Gli artisti spesso per superare la paura della morte utilizzano la propria opera, e John Fante, il cui umore abituale raccontano andasse dall’incazzato al molto incazzato, cercava nell’amore per la scrittura, e la descrizione di piccoli gesti riflessi, di mostrarci gli effetti positivi che da questa nascono e si rivelano. Il suo metodo consisteva nello scolpire la scrittura alla ricerca di quelle particelle d’amore esistenti in ogni di noi che trovava e metteva in luce con riflettori empatici.














Dal canto suo Philip K.Dick supera l’ossessione della morte studiando e analizzando a fondo la questione e innescando la sua fantastica capacità di controllare lucidamente la follia del pensiero come pochi sono riusciti e riescono a fare tutt’oggi. Secondo me lui era una sorta di Dante Alighieri dell’era moderna e non un semplice visionario come stupidamente ha scritto qualcuno al quale vorrei dire “magari ad averne di questi sognatori così lucidi”. Utilizzando la fantascienza un genere letterario considerato erroneamente minore Dick riesce a raccontare a tutto tondo la condizione della società contemporanea americana e a criticarla aspramente.
Mentre J. Fante cesella la sua scrittura come farebbe Pinturicchio con il suo pennello, Dick va giù di getto alla Pollock senza lasciarsi tentare da sperimentalismi linguistici e probabilmente anche da questo è dipeso il riconoscimento tardivo della sua opera. Elemento distintivo di entrambe gli scrittori quello del riconoscimento postumo accusati entrambe in vita di essere stati comunisti o simpatizzanti tali. 
















Questo sicuramente non aiutò i due scrittori americani ad avere successo, ma il ritardo nella comprensione del talento di questi due magnifici scrittori fu dovuto per lo più all’incapacità della critica e non dei lettori appassionati che hanno ben presto capito la loro grandezza. Un destino che li accomuna a molti altri artisti incompresi poi rivalutati nel momento in cui una società di massa, quasi sempre, in ritardo rispetto al genio recupera il gap di svantaggio.
Pensate che Fante al terzo rifiuto per mano di un editore che aveva lodato - la sua meravigliosa scrittura - ma non aveva gradito secondo una personale sensazione - l’effetto noioso della ripetitività - aveva deciso di bruciare il manoscritto non appena glielo avessero restituito. Grazie a dio il tempo intercorso prima che questi tornasse indietro fece stemperare la sua notoria furia e “La strada per Los Angeles” pubblicato postumo divenne uno dei libri più importanti della letteratura americana tanto che qualcuno lo paragona addirittura a “The catcher in the rye” di J.D. Salinger.














Quando leggo il mio caro John ho come la sensazione che cerchi la propria e altrui salvezza nell’amore, ma non in quello di cui scrive nelle pagine dei suoi libri, ma in quello nascosto tra lo spazio bianco di una riga e l’altra delle sue storie e che riesce a trasmetterti ipnotica-mente, grazie alla sua singolare capacità di prosa dura e amorevole allo stesso tempo, emozioni allo stato solido che ti rimangono addosso come un vestito stretto.
Al contrario il mitico Philip cerca la salvezza attraverso la descrizione e la denuncia dell’odio di cui il genere umano è portatore. Grazie alla sua curiosità intellettuale, alla sua attenzione per il quotidiano in ogni suo aspetto sociale, alla sue conoscenze scientifiche, nonché alla sua straordinaria capacità speculativa riesce con estrema intelligenza a inventare storie impensabili con trame spiazzanti e incredibili traendo da ogni elemento che lo ispira riflessioni e indizi sufficienti per la costruzione di mondi originali, impensabili. Costruisce come piace dire a lui “Universi che cadono a pezzi”. Universi che conducono la mente di chi legge in mondi alternativi che danno origine a una serie di considerazioni, ragionamenti e meditazioni che come micro chip si installano nel pensiero aiutandoti a sopravvivere al caos che ti circonda.




















L’amore e l’odio, presenti rispettivamente nei libri di John e Philip sono sentimenti che smuovono le coscienze umane e che non li pongono in antitesi ma li unisce. È stato infatti scoperto che l'amore e l'odio sono attivati dalle stesse aree e dai medesimi meccanismi biochimici che convivono nel cervello umano. Pare che gli scienziati studiando la natura fisica dell’odio abbiano riscontrato che alcuni dei circuiti nervosi del cervello responsabili per i sentimenti più negativi sono gli stessi di quelli che attivano il sentimento dell’amore.
Del resto doveva averlo capito anche Catullo con la sua celebre poesie che dice: «Odi et amo». E anche grazie a loro e molti altri scrittori io continuerò a vivere, si! io vivrò.




Pubblicato sul sito di “Artribune” il 18 maggio 2013

Questo il cappello a cura della redazione:
Due scrittori, John Fante e Philip K. Dick, come corifei dei sentimenti umani più profondi: l’odio e l’amore. Due forze che forse sono più simili e vicine di quanto si pensi comunemente. Pino Boresta ci guida attraverso una riflessione sulla vita, la morte, l’arte e il pensiero.
M.E.G.

In foto:
Una mia opera di fotocomposizione dei ritratti di Philip Kindred Dick e John Fante.
Una mia opera di fotocomposizione dei ritratti di Dante Alighieri e Jerome David Salinger.
Una mia opera di fotocomposizione dei ritratti di Jackson Pollock e Bernardino di Betto Betti più noto come Pinturicchio.
Una mia opera di fotocomposizione dell’effige di Gaio Valerio Catullo.


"BBBoBoBor…esta?” Niente! Non c’è


Cataloghi all'indice
















Chi mi conosce sa della mia passione per i cataloghi delle fiere d’arte. Credo sia una deformazione professionale, cosi che ogni volta che me ne capita uno tra le mani non posso fare a meno di andare a spulciare l’indice dei nomi degli artisti e l’analisi scatta immediata. Guardate un po’ cosa ne è venuto fuori su uno di quelli del 2008, di cui non darò nessuna indicazione perché sarete voi a dover scoprire di quale fiera si tratta. Non posso mica fare tutto io... Fin dai primi giorni di scuola, con il primo appello e poi con le interrogazioni, ci accorgiamo subito di quanto quella maiuscola iniziale del nostro cognome condizionerà in seguito la nostra vita.
Forse sarà per questo che sfogliando questo vecchio catalogo la mia attenzione cade sul contingente d'artisti all'indice con la stessa iniziale nel cognome.



Pertanto dopo attenta analisi vi comunico che a vincere anche questa volta sono gli artisti con la “S”, sono infatti ben 77 e tra questi l’immancabile Spalletti nazionale (Ettore), lo Steinbach di importazione (Haim), il magnifico Scipione che in realtà si chiamava Bonichi Gino, mentre del Serse non ci è dato sapere il vero nome, a questi si aggiungono due Shaw (David e Jim), una Smith (Kiki), una Sicilia (Jose Maria) unica regione italiana presente in tutto il catalogo. In seconda posizione con 74 artisti la “M” nelle cui file troviamo i vari Matta, Mattiacci, Mattii (due Roberto uno pure Sebastian più Eliseo e Carla), i Migliora, Migliore, Migliorini (Marzia, Bartolomeo, Nino), i Muniz e Munoz (Vik e Juan) i due Merz non marito moglie ma Mario e Gerhard e chiudo con il due volte Mondino ma sempre al nome di Aldo, sarà sempre lo stesso? Terza piazza con 65 nominati la “B”. Questa è la mia categoria di appartenenza ma anche questa volta non mi trovo… c’è invece Basilè (Matteo) qui presente grazie al cognome della nonna, ci sono i B&B Botto e Bruno il Balla italiano e quello no (Giacomo e Atul), i Bianchi (Diego e Domenico), i Bianco ( e Valente). 





















Arriviamo così ai quarti classificati della “C” con 61 individui, tutti fuori dalle piazze d’onore i vari Cuoghi sia che siano uno come Roberto, sia che siano due con Corsello, sia che siano Castellani (Enrico), sia che siano Campanini (Pierpaolo, tutto attaccato) e vale per i Calzolari (Pier Paolo, staccato), come per i Carboni (Luigi). Al quinto posto con 49 presenze troviamo la “P” dove sguazzano Pesce, Pinna e Vele (Gaetano, Alex, Perino-) e non pago ivi troverai un Pugno (Roberta), un Papa (Marco), un Panino (Steven), due Piccinini (Patricia e Simone) due Pivi (Leonardo e Paola), Prine e Prini (Ashley ed Emilio). Invece 48 sono quelli con la “G” dove razzolano i due Gallo (Vincent e Giuseppe), i tre Graham (Dan, Peter, Rodney), i Goldechiari e il Golden e basta (Nan). A tre lunghezze seguono quelli della “D” con 45 in-scritti tra i quali tre con il “de” minuscolo di de Beeck, de Chirico, de Jong e otto con il “De” maiuscolo di De Bruyckere, De Cock, De Dominicis, De Kooning, De Liberato, De Maria, De Paolis, De Paris, speriamo che un giorno qualcuno mi spieghi anche la differenza. 























Con due artisti in meno, cioè 43 quelli della “L” che perdono terreno ma non la luce, visto che tra loro c’è Light (Michael) e la colpa non è certo di Land (Peter), ne di Long (Richard) che di strada ne macina assai. Appaiati in nona posizione entrambe con 41 entità troviamo le lettere “A” e inaspettatamente la “K” che denota così la forte internazionalizzazione degli artisti presenti. Merito dei galleristi o dei curatori? Andatevi a spulciare la lista delle gallerie e tirerete le vostre conclusioni. Numerosi anche i personaggi elencati sotto la “R”, per la precisione 36 e nulla da indicare. Buona la prova di quelli della “H” tra i quali mi piace ricordare Halley e Holler (Peter e Jenny) il perché me lo tengo per me. Seguono a pari merito in dodicesima posizione con 24 anime la “T” dove mi chiedo chi sarà quel tale Tal (R) e alla “V” dove rinnovo la mia curiosità su quei prefissi dei cognomi questa volta tra i “van” di van Eeden, van Golden, van Lamsweerde, van Lieshout, van Warmerdam, ed i “von” di von Bonin e von Nagel. Nelle zone basse troviamo i 22 del settore “F” dove scorgo l’ex compagno di camera, a “Fuori Uso 1997”, Favelli (Flavio). 
























Pochi ma buoni i 20 aggregati sotto la “W” dove individuo il mitico Weiner (Lawrence). Uno in meno a quella sporca dozzina, cioè 11 quelli del gruppo “N” (non quello storico). Quasi in conclusione e nessuno da segnalare nelle tre pattuglie di 9 elementi ciascuna della “E” della “J” e della“Z”. Solo 6 i soggetti raggruppati sotto la “O” e la “I” e non certo a causa di Innocent (Troy) ne di Ozzola (Giovanni). In penultima posizione i 3 gatti della “U” e della “X”, sarà colpa del fattore?... Chiude la “Q” dove tutta sola Q. Knight Margot ci lascia con l’enigma di quella qu puntata.


Pubblicato sul sito di “Artribune” il 6 aprile 2013

Questo il cappello a cura della redazione:
Siamo in piena fiera, MiArt per la precisione. E alle fiere c’è sempre un oggetto dallo statuto incerto, un po’ vintage e un po’ esercizio di stile, un po’ strumento di lavoro e un po’ certificatore di apocalittici e integrati. Insomma, il catalogo, che spesso costa anche parecchio. Ma se serve a una performance scrittoria come questa di Pino Boresta, ben vengano.
M.E.G.

In foto:
Ritratto digitale di Ettore Spalletti (una mia opera).
Ritratto digitale di Haim Steinbach (una mia opera).
Ritratto digitale di Gino Bonichi detto Scipione (una mia opera).
Ritratto digitale di Kiki Smith (una mia opera).
Ritratto digitale di Josè Maria Sicilia (una mia opera).

p.s. 
Questo scritto non è un articolo, ma un’opera d’arte.

venerdì 15 maggio 2015

Il merito? Nel listino dei prezzi


Roberto Casiraghi (ROMA CONTEPORARY)



















Quale è stata la sua formazione?
Ho studiato a Genova fino alle superiori, per concludere a  Torino dove la mia famiglia si trasferì alla fine degli anni '60. Ho iniziato a lavorare molto presto per rendermi indipendente dai miei genitori, per questioni economiche e non certamente affettive, e mi sono occupato di una rivista di management che era la pubblicazione che affiancava la scuola di amministrazione aziendale fondata da Ferrer Pacces e successivamente venduta al Gruppo Sole 24 ore e ho costituito una piccola concessionaria di pubblicità che vendeva spazi per riviste specializzate e per tutti i cataloghi ex Bolaffi, in seguito passati a Giorgio Mondadori

Ci può fare un breve percorso del suo vivere nel mondo dell'arte e di come ci è arrivato?
Nel mondo dell'arte sono arrivato da una porta di servizio, molto distante dall'ingresso principale: avevo l'incarico di raccogliere il materiale fotografico degli antiquari milanesi per il catalogo della mostra che annualmente si teneva alla permanente di Milano e da semplice "postino" mi sono trovato a dover compilare le schede, scattare le foto e, talvolta, scegliere gli oggetti da pubblicare. Il mio primo impatto è stato con l'arte antica e gli antiquari: ho rischiato il trauma psicologico ma ho superato la prova e ho iniziato con l'aiuto, il sostegno e la stima di alcuni grandi antiquari dell'epoca a occuparmi di mostre, a curare i percorsi, e gli allestimenti, la comunicazione, i cataloghi e l'ufficio stampa. Il passaggio dall'antico al contemporaneo è stata una naturale evoluzione dell'interesse per l'arte che nel frattempo e inevitabilmente si è sviluppata lavorando a contatto con le opere.

Quali opere troviamo alle pareti della sua stanza di rappresentanza?
Mi piacerebbe avere una stanza di rappresentanza, vorrebbe dire che sono "arrivato" e che rappresento qualcuno o qualcosa. Il mio mestiere non da soddisfazioni economiche tali da potersi permettere chissà che cosa e quelle poche opere che conservo prevalentemente in ufficio a Torino e a Roma sono acquisti emotivi che suscitano sensazioni di benessere, non rispondono a logiche di speculazione o investimento anche se in taluni casi sono stati degli ottimi investimenti; ma sempre a posteriori e sorprendentemente, non organizzati scientificamente.

















E come mai da Torino è poi approdato a Roma?
Roma era l'unica grande capitale a non avere una fiera d'arte contemporanea e avevo affinato un progetto che ci sembrava tagliato su misura per la città eterna

Un breve consuntivo di queste prime edizioni di "Roma contemporary"?
La culla, poi il nido, l'asilo e finalmente quest'anno 2013 ROMA va a scuola, compie sei anni. E' stato un percorso difficile e travagliato, come del resto il parto e la nascita del progetto. Roma è una città la cui indifferenza ha ispirato grandi autori e letterati e non è certo una fiera d'arte che può sovvertire una tradizione ultra millenaria ma nonostante ciò, con piccoli passi, il percorso ipotizzato per la fiera si sta compiendo e la prossima edizione darà un segnale evidente di quanta strada sia stata fatta da 2008 ad oggi. E questo grazie alla costanza ed alla collaborazione di molti, galleristi e collezionisti assieme agli Enti Locali e tante altre istituzioni artistiche.

Anticipazioni o pronostici per l'edizione 2013?
Il progetto si evolve e la fiera del 2013 pone esclusivamente al centro dei propri interessi e delle proprie analisi i paesi del mediterraneo e del medio oriente; gallerie e artisti di quell'area o che a quella parte di mondo si ispirano, offriranno al pubblico una rappresentazione geograficamente molto precisa, qualitativamente interessante per paesi che si stanno dimostrando in questi ultimi anni particolarmente attivi e dinamici. Cristiana Perrella è stata chiamata a dettare le scelte scientifiche e sua è la maternità del progetto in questa declinazione nuova. Dal 27 al 29 settembre 2013 al MACRO Testaccio (e anche "altrove" in città) si terrà la sesta edizione di ROMA CONTEPORARY - The Mediterranean and Middle East Art Fair.

La crisi economica e la morsa inesorabile del fisco porteranno a un ulteriore prosciugamento del mercato dell'arte oppure le opere di arte contemporanea sono destinate a diventare l'unico bene rifugio assieme all'oro e ai gioielli?
Io credo che vedere l'arte unicamente come bene rifugio sia un errore che spersonalizza le scelte e priva il mercato del suo fondamento estetico. Ciò premesso occorre attuare tutti i provvedimenti necessari a rendere l'acquisto di opere d'arte meno penalizzante rispetto agli altri paesi sia per quanto riguarda l'iva che per quanto riguarda una certa attitudine a considerare i collezionisti come prototipi di evasori e quindi perseguitati d'ufficio.


















Pensa di poter dare un suggerimento a ministri e assessori per poter migliorare la nostra stagnante situazione culturale?
Ministri ed assessori ascoltano troppo i consigli di chi sta loro vicino. Al nostro paese manca la cultura della cultura; è da questa consapevolezza che bisogna incominciare e i primi che dovrebbero porsi il problema sono i nostri Presidenti del Consiglio che, viceversa, fanno occupare la poltrona a persone che non hanno per l'argomento alcun interesse. Pensavo che Facchiano e Bono Parrino fossero il punto più basso della storia del nostro patrimonio e mi sbagliavo.

Ultimamente si parla molto di meritocrazia, lei pensa che nel mondo dell'arte, in Italia, questo parametro viene applicato?
Ma no, certamente no. E del resto non si capisce per quale motivo il mondo dell'arte dovrebbe vivere in una sorta di ambiente protetto; è parte del sistema e basta leggere i bandi di reclutamento dei direttori dei musei d’arte contemporanea o i bandi per i servizi aggiuntivi del Ministero MICAB o cercare di penetrare nella rete di protezione di società, associazioni e fondazioni per comprendere che il merito non è neppure un optional,  compare proprio nel listino prezzi...

Interviw by  PINO BORESTA
artista eclettico e controcorrente. Da alcuni
anni tiene una rubrica fissa per la rivista
“Juliet”. Vive nei sobborghi di Roma ed è
un viaggiatore impenitente.


Pubblicata su; ("Juliet" n. 162  April - May  2013)


In foto:
Una mia opera di fotocomposizione del ritratto Roberto Casiraghi .
Due mie foto di ROMA CONTEPORARY al MACRO Testaccio del 2012.


giovedì 26 marzo 2015

“Artisti out/in-visibili” di Pino Boresta


Art Driver















Ma dici a me? Ma dici a me?... Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Non ci sono che io qui”. Questa la citazione fin troppo famosa, che potrebbe venire in mente a qualche artista outsider o insider che abbia letto le dichiarazioni di Cesare Pietroiusti rilasciate in un’intervista a Maria Rosa Sossai dove sostiene di rifiutarsi di credere che la cultura italiana in questo momento storico non possa avere individuato proposte artistiche forti, e pertanto o queste si trovano nascoste in artisti marginali, nei cosi detti invisibili fuori da ogni giro, oppure gli artisti “visibili” non trovano i canali giusti per far emergere questi contenuti. Ma io non credo, come suggerisce Cesare, che tale stato di cose sia determinato in maniera prevalente da meccanismi di auto-censura, ma credo piuttosto che sia colpa di una pigrizia generale del sistema artistico italiano, dove predominano le solite invidie e giochi di potere. 




Sono d’accordo con Cesare quando sostiene che il più delle volte le proposte migliori sono quelle scomode, quelle che spesso in un primo momento possono sembrare sbagliate, in quanto richiedono un impegno di ristrutturazione delle modalità di pensiero che mettono in discussione l'ordine del rapporto tra le cose, come per esempio fra mezzi e fini poiché è solo in questo modo che le relazioni fra lavoro, guadagno, successo ecc. possono essere interpretate con logiche diverse. Concordo con Cesare anche quando afferma che le proposte più forti sono spesso quelle che nascono dalla dimensione del disagio perché è questa la prima fonte di conoscenza sulla base della quale, insieme al dolore, noi impariamo le cose. Per cui, in conclusione direi che non bisogna negare il disagio ne si deve aver paura di mostrarlo, ma bisogna viverlo fino in fondo e utilizzarlo come forma di azione per la costruzione dei propri progetti e opere d'arte come hanno fatto molti artisti in passato e come fanno alcuni tutt’ora. Ma come ha detto qualcuno di cui non ricordo il nome: “Non è sufficiente accettare la propria sofferenza bisogna esserne entusiasti se si vuole trasformarla in energia positiva”.











Pubblicato su; ("Juliet" n. 171 February – March 2015)

In foto:
Rielaborazione digitale di frame del film “Taxi Driver” (una mia opera).
Ritratto digitale di Cesare Pietroiusti (una mia opera della serie AQPAC).
Maria Rosa Sossai allo studio di Cesare Pietroiusti.

“Cercasi eroi” di Pino Boresta


Indovina chi è

















Ha seguito un corso di cosmetologia a Londra e Parigi per imparare la composizione dei prodotti. Nel 1972 si è venduto due appartamenti per comprare altrettante opere di Gino De Dominicis. Altri artisti che sono stati importanti per lui sono Emilio Prini e Jannis Kounellis. Sostiene che la differenza sostanziale esistente tra mercante e gallerista consista nel fatto che il mercante vende un po’ di tutto, mentre il gallerista propone situazioni, e per questo è un ruolo più difficile. A un certo punto degli Anni Ottanta era uno dei galleristi più importanti di Roma, ma il repentino cambiamento di contesto che ha portato alla ribalta l'onda della Transavanguardia, ha cambiato lo scenario a cui apparteneva rovinandogli la piazza. Ha conosciuto Andy Warhol nel 1984 e ha trovato il modo di ospitarlo a casa sua prima di accompagnarlo in Grecia in auto passando per Trieste e dopo essere andati a visitare i dipinti di Lorenzo Lotto a Loreto, ai quali Warhol era molto interessato.




















Ha detto di essere terribilmente incuriosito dalle nuove generazioni di artisti perché rappresentano il costume sociale di un’epoca, ma sostiene di non riuscire sempre a capire quello che fanno. Affermazione quantomeno stravagante, se si considera che viene da colui che con intelligenza e coraggio ha comprato in tempi non sospetti opere come “Mozzarella in Carrozza” e “Il tempo, lo sbaglio e lo spazio” di Gino De Dominicis, ma probabilmente ogni tempo ha i suoi eroi e non si può essere eroi per tutta la vita. 



















A questo punto avrete sicuramente capito di chi stiamo parlando, del grande Pio Monti che in questa lunga intervista rilasciata a Valentina Tanni afferma di credere molto nei giovani artisti, ma si rammarica del fatto che il mercato sia poco reattivo nei loro confronti, in quanto la gente preferisce fare acquisti sicuri piuttosto che rischiare su emergenti e outsider.
















L'intervista termina con Pio Monti che confessa di essere molto rattristato che, nonostante le molte cose fatte, oggi non sia apprezzato e considerato come sarebbe giusto e dichiara polemicamente che oggi giorno solo chi ha i soldi diventa intelligente e rispettato. Caro Pio, per vincere bisogna essere disposti a perdere, e tu secondo me hai sicuramente vinto e il resto sono solo dettagli, dettagli che fanno incazzare lo so bene, ma sempre dettagli rimarranno.












Pubblicato su; ("Juliet" n. 170 December 2014 – January 2015)

In foto:
Ritratti digitali di Emilio Prini, Jannis Kounellis e Gino De Dominicis, (opere della serie AQPAC).
Ritratto digitale di Andy Warhol (una mia opera della serie AQPAC).
Foto delle due opere di Gino De Dominicis “Mozzarella in Carozza” e “Il tempo, lo sbaglio e lo spazio”.
Ritratto digitale di Pio Monti (una mia opera della serie AQPAC).
Ritratto digitale di Valentina Tanni (una mia opera della serie AQPAC).

"Arte + Bellezza = Felicità?" di Pino Boresta


A colpi di fioretto

















La dittatura del critico e del curatore è un'illusione paranoide inventata da sedicenti artisti per alleviare le loro delusioni”. Con questa staffilata Sergio Lombardo risponde a Luca Rossi che in una intervista gli propina uno dei suoi pallini fissi. Quando poi L.R. torna alla carica chiedendogli perché una ricerca interessante come la sua non abbia avuto la visibilità che merita e di cui invece godono molti artisti degli anni Sessanta e Settanta Lombardo risponde senza mezzi termini che un artista Eventualista (quale lui é) si preoccupa soprattutto, con il suo lavoro paragonabile a quello di uno scienziato, di scoprire nuovi ideali che ricerchino la bellezza senza curarsi di tutto il resto, e questo probabilmente è incompatibile con la mondanità e può condurre a un apparente isolamento sociale. 



















Ma Luca, non demorde e allunga una stoccata chiedendo a Sergio cos'è la bellezza nell'arte?: “La bellezza è un effetto psicologico determinato dall'intuizione, spesso inconscia, ai fini di migliorare la nostra vita rendendoci più felici”, questa la pronta e sagace risposta di Lombardo in questo avvincente duello travestito da intervista tratto da Artribune e da me liberamente ricostruito. Luca para e tenta un nuovo affondo domandando a Sergio per quale motivo allora molti giovani artisti e giovani curatori ritengono ultimamente che la bellezza risieda nel recupero di codici artistici formali e citazioni del passato. Sergio schiva e risponde che il fascino del passato é fortissimo ma gli artisti vivono in un mondo che gli altri conosceranno e apprezzeranno solo dopo decenni o forse secoli in quanto esplorano mondi possibili che si trovano nel futuro. “Chi decide che un artista debba essere considerato tale o che un opera debba essere ritenuta di valore o no?”. 
















Con questa domanda Rossi cerca l'assalto finale ma con un guizzo Lombardo para e replica affermando che un artista può essere definito tale solo se i suoi seguaci tanti o pochi che siano lo amano spontaneamente e non perché costretti a fingere da un abile lavoro di pubbliche relazioni. Io non solo sono d’accordo con Sergio su tutto ma non ho neanche dubbi su chi abbia vinto questo duello all’ultimo sangue, ma lascio a voi il verdetto finale.

























Pubblicato su; ("Juliet" n. 169 October 2014 – November 2014)


In foto:
- Un incontro di fioretto (una mia opera).
- Foto di gruppo di un incontro Eventualista tenutosi a Campobasso nel 2014 (da sinistra Tommaso Evangelista, Vincenzo Merola, Sergio Lombardo, Miriam Mirolla, Dionigi Mattia Gagliardi, Gianna Muller, Luigi Pagliarini, Claudio Greco).
- Un opera di Luca Rossi.
- Ritratto digitale di Sergio Lombardo (una mia opera della serie AQPAC).