venerdì 14 aprile 2017

Gallerie & Artisti




Artissima Index  





Eccomi qui con una nuova classifica e relativi vincitori. Ormai tutti sono a conoscenza della mia passione per le liste e gli indici. Questa volta il manuale che ha catturato la mia attenzione è il catalogo di Artissima, anzi più precisamente gli ultimi due cataloghi di Artissima, quello del 2014 e quello del 2015 della fiera di Torino. Ma andiamo per ordine. Già nel 2014 scorrendo l’indice degli artisti all’interno del volumetto denominato INDEX (separato dal catalogo vero e proprio del 2014) avevo notato come fosse esiguo il numero degli artisti con più di una galleria al loro attivo, cioè proposti da più di una galleria. Mi è così venuta la voglia di contrassegnarli. Quando poi l’anno seguente mi è capitato tra le mani il nuovo catalogo di Artissima 2015, scorrendo l’indice degli artisti (questa volta all’interno del catalogo principale) ho verificato che l’esiguità degli artisti presenti con più di una galleria (almeno ufficialmente) era confermata. È stato così, allora, che la curiosità borestina è scattata anche questa volta, e il risultato è il seguente: 
























Anche nel 2015 vince il grande Giulio Paolini ma a pari merito con Luigi Ghirri, Jannis Kounellis e Mimmo Palladino, tutti con tre gallerie ciascuno. Ora, mentre nel 2014 Giulio Paolini sbaragliò tutti vincendo con ben quattro gallerie al suo attivo, nel 2015 pur perdendo due gallerie (Astuni e Montanari), ma mantenendone due (Artiaco e Tucci Russo) e acquistandone una nuova (Maffei) rimane comunque in testa, e nessuno fa meglio di lui. 























Il caro Giulio viene però appaiato in cima alla classifica dal suo amico Luigi Ghirri il quale alle due gallerie del 2014 (Minini M. e Photo&Contemporary) aggiunge nel 2015 la galleria Montanari scippandola proprio a lui. Nel 2015 anche Jannis Kounellis, che mantiene la galleria Maffei del 2014, ma arruola (o e arruolato decidete voi la definizione più giusta e opportuna) altre due gallerie (Editalia e Sprovieri), eguaglia Paolini. E squillino le trombe, perché termina il magnifico quartetto dei vincitori di Artissima 2015, Mimmo Palladino che acquisendo la galleria Mazzoli e mantenendo le due gallerie del 2014 (Editalia e In Arco) trionfa insieme a G. Paolini, L. Ghirri, J. Kounellis. E qui si potrebbe chiudere questa indagine e questo articolo, ma non per un maniaco delle statistiche (quelle vere, non quelle politiche) come il sottoscritto. 



























Per cui, vi informo che gli artisti che nel 2015 mantengono (come da catalogo di Artissima) le loro due gallerie di fiducia sono 11 ed esattamente: Carla Accardi, Mario Airò, Alighiero Boetti, Botto & Bruno, Pedro Cabritta Reis, Manuele Cerruti, Andrea Galvani, Joan Jonas, Robin Rhode, Kiki Smith, Ettore Spalletti. Gli artisti, che, invece, perdono nel 2015 un’incaricata loro facente funzioni, attestandosi con un'unica galleria di ordinanza sono 15, e sono i seguenti: Irma Blank, Daniel Buren, Jimmie Durham, Gilbert & George, Vladimir Houdek, Alex Katz, Jorge Macchi, Luigi Mainolfi, Olaf Metzel, Paulo Nazareth, Pedro Neves Marques, Giuseppe Penone, Matheus Rocha Pitta, Goran Tribuljak, vedovamazzei.  Mentre quelli, che pur perdendo una galleria, rimangono con due fiduciarie sono: Paolo Icaro, Gilberto Zorio, Joseph Kosuth. 





Sono 11 gli artisti che vedono raddoppiare le forze in campo a loro favore passando dall’unica galleria che avevano nel 2014 alle due del 2015, e sono: Giovanni Anselmo, Agostino Bonalumi, Enzo Cucchi, Rà di Martino, Flavio Favelli, Shaun Gladwell, Christian Jankowski, David Maljkovic, Perino & Vele, Michael Smith, Franco Vaccari. Ben 9 sono le NE, cioè le New Entry (non delle gallerie) degli artisti che non essendo presenti neanche con una galleria nel catalogo di Artissima del 2014 si presentano prepotentemente alla ribalta in quello di Artissima 2015, con due patrocini (due gallerie), entrando di fatto subito nella classifica generale, e sono i seguenti: David Adamo, Francesco Arena, Franz Erhard Walther, Zofia Kulik, Maurizio Mochetti, Antoni Muntadas, Mario Schifano, Roberth Smithson, Nanda Vigo. 
Non ho invece contato e appuntato gli artisti che essendo rappresentati con una sola galleria nel 2014 sono poi spariti nel 2015 e viceversa, cioè gli artisti assenti nel 2014 ma presenti nel 2015. Ma questo potreste farlo voi no? Mica posso fare tutto io. Ho al contrario contato coloro (cioè gli artisti) che spariscono totalmente nell’indice del 2015 pur avendo due gallerie nel 2014. Non ho però analizzato in questo caso se ciò è avvenuto, in quanto le gallerie li hanno scaricati o più semplicemente perché le loro gallerie di riferimento non hanno più partecipato alla fiera. Anche questo lo lascerò fare a quelli di voi più maniaci di me, e più interessati alla questione di quanto lo sia io. 


























Comunque, in questa categoria sono caduti niente meno che 23 artisti, e sono questi: Andre Carl, Bak Inre, Baladran Zbynek, Cornaro Isabelle, Costa Adriano, Darboven Hanne, Day Jeremiah, Feldmann Hans-Peter, Horwitz Channa, Kabakov Ilya & Emilia, Lang Dominik, Lempert Jochen, Liulca Maxim, Montaron Laurent, Moudov Ivan, Quintero Jhfis, Rotella Mimmo (Incredibilmente! Anche se questo è quello che dice la carta che canta, ma sarà poi vero?), Solakov Nedko, Wei Wei Ai, Whettnall Sophie, Wyn Evans Cerith, Ribbeck Bernd che aveva addirittura tre gallerie nel 2014 (Casado Santapau, Kilchmann, Mangione), come pure Tropa Francisco (Podnar, Quadrado Azul, Wolff). 



























A questo punto che dire? Ognuno di coloro che mi avrà seguito in questa mia fisima avrà tratto le proprie conclusioni e valutazioni, magari pure utili per capire o accorgersi di qualcosa che non avrebbe altrimenti mai scoperto, e chi sa? Tutti coloro che invece non si saranno raccapezzati nel dedalo analitico dell’articolo potranno almeno apprezzare una lista di nomi di artisti e gallerie in forma più creativa di come a volte vengono serviti in alcuni articoli che sembrano scritti al solo scopo di infilarci tutti quei nomi, cosa che io non farei mai, o forse sì? Ma la mia speranza è che la maggior parte dei lettori lasci quest’articolo almeno nel dubbio di aver partecipato a una nuova opera di quello svitato del Boresta.


























Per i più curiosi e affezionati riporto qui sotto la legenda dei simboli utilizzati per questa mia, attenta disamina e studio degli indici dei due cataloghi di Artissima 2014 e 2015.

SI = Gli artisti che nel 2015 mantengono le loro due gallerie di fiducia.
-1 = Gli artisti che nel 2015 perdono una galleria, ma conservano una o due gallerie di riferimento.
+1 = Gli artisti che nel 2015 acquisiscono una galleria, e passano a due o a tre gallerie di riferimento.
NE = Gli artisti che nel 2014 non c’erano e che nel 2015 sono presenti con due gallerie.
OUT = Gli artisti che nel 2015 spariscono pur essendo stati presenti nel 2014 con due o tre gallerie di riferimento. 























Pubblicato sul sito di “Artribune” il 13 agosto 2016


Questo il cappello a cura della redazione: 
La passione di Pino Boresta per le liste e indici questa volta si applica alla fiera torinese Artissima. Con una speciale classifica degli artisti che sono rappresentati da più di una galleria. Ecco numeri e analisi. 
M.E.G.




In foto: 
- Cataloghi di Artissima 2014 e 2015 (anche con annotazioni per analisi)
- Ritratto digitale di Giulio Paolini (una mia opera).
- Ritratto digitale di Luigi Ghirri (una mia opera). 
- Ritratto digitale di Jannis Kounellis, (una mia opera).
- Ritratto digitale di Mimmo Palladino  (una mia opera).
- Alcune pagine dei due cataloghi con le annotazioni per la mia analisi statistica.
- Alcune pagine con i primi appunti di questa mia analisi statistica.
- Io durante la presentazione della rivista “ARIA” di cui sono stato uno dei fondatori.


P.B. Artista Rifiutato



M.D. Tutti lo vogliono





Tutti voglio fare libri su Marcel Duchamp perché pare renda bene e tiri ancora parecchio nel mercato editoriale dell'arte contemporanea. Un business quello intorno all'antesignano dell'Arte Concettuale e Dada (accostamento quest'ultimo da lui sempre rifiutato nonostante le evidenti vicinanze non solo teoriche) più che mai florido e in continua ascesa. Chi sa se lui ne sarebbe stato contento? E pensare che io, solo qualche tempo fa, credevo che ormai non ci fosse più nulla da dire sull'opera e la vita di M.D. Un'idea che mi si rivela oggi quanto più sbagliata non potessi mai immaginare, visto che ho scoperto che ci sono almeno quattro, tra amici o semplici conoscenti (due critici, uno storico dell'arte e addirittura un artista) di cui non rivelerò i nomi neanche sotto tortura, che stanno scrivendo libri o saggi su Marcel Duchamp. Vorrei pertanto dire alle centinaia d'addetti ai lavori (nonché editori e case editrici) che si stanno accingendo a pubblicare nuovi libri su M.D. straripanti di avvincenti speculazioni mentali, zeppi di pensieri sicuramente non privi di retropensiero, imbottiti di elaborate analisi filosofiche, colmi all'inverosimile di originali riflessioni, gremiti di acute osservazioni e stupefacenti considerazioni, provvisti presumibilmente d'intelligenti e azzardate teorie e dell'immancabile eclatante scoperta, che: non sarebbe meglio... aspettate, aspettate, aspettate, ho perso il filo del discorso. Ritrovato! Voglio chiedere a tutti costoro non sarebbe saggio evitare di perdere tempo nel tentativo di essere o meglio di non essere neanche ricordati, ma piuttosto sicuramente dimenticati come uno dei tanti tra la moltitudine di coloro che hanno fatto o scritto un libro su M.D., e scegliere invece di essere sicuramente ricordati come il primo che ha avuto il coraggio di cimentarsi con audacia ed eroismo nella sfida di scrivere e pubblicare un libro su un'artista… per esempio come "Pino Boresta l'artista rifiutato"? Eppure come vedete, ho già pronto anche il titolo, ma non credo che questo sia sufficiente.





























Pubblicato sul sito di “Artribune” il 5 aprile 2016


Questo il cappello a cura della redazione: 
Ospitiamo un breve intervento di Pino Boresta – i nostri lettori ormai lo conoscono bene… – su Marcel Duchamp. E su quanto il mondo editoriale sia ancora interessato al papà dell’arte contemporanea. E meno a lui.
M.E.G.



Qui di seguito e a compendio dell’articolo riporto il mio testo aggiunto nei commenti all’articolo pubblicato su Artribune on-line il 5 aprile 2016.





























Il caro Marcel Duchamp che mai mi abbandona mi ha risposto anche questa volta ed ecco a voi cosa mi ha detto e cosa gli ho risposto:

MD: "Caro Borest il mondo sarebbe un posto più allegro se lo scambio fosse effettuato senza competizione. non c'è differenza fra i droghieri che entrano in competizione per vendere le loro banane e i soldati tedeschi e americani che si battono gli uni contro gli altri. (...) La competizione è peggio della servitù o della schiavitù”.

e continua così... Per cui è inutile che tu ti metta a gridare ai quattro venti che sei un grande arista che sei un genio.

PB: Scusa caro Marcel ma io non dico che sono un genio e me ne guardo bene anche perché se lo fossi non me la passerei così male.

MD: Ed allora perché Gabriele si e preso la briga di venirmi a rompere le palle mentre ero tutto intento ad attuare una variante vincente che mi avrebbe sicuramente portato alla prima vittoria certa nell'ennesima partita a Scacchi contro Pietro, informandomi tutto trafelato che qualcuno appena giunto da giù un certo Percy gli aveva detto che un tipetto sempre incazzato di nome Pino Boresta si era permesso di caldeggiare la pubblicazione di un libro su se stesso a fronte dei molteplici ed inutili su di me?

PB: Carissimo Duche ma figurati se io mi metto a competere con te, come mai potrei? Tu sei un grande che hai fatto e detto tante di quelle cose che meriti tutta l'attenzione che ti viene riservata. Quello che semplicemente volevo dire io è che a volte nella vita conviene fare delle scelte diverse da quelle che fanno tutti, e rischiare un minimo può portare vantaggi che uno mai penserebbe.

MD: Si! Sì, la solita storia del genio incompreso del grande artista emarginato e incompreso, ragazzi miei mettetevi in testa che siete troppppiii, troppi artisti, e tutti troppo bravi. Per cui prima prendete coscienza del fatto che morirete incompresi, sconosciuti, e se non siete figli di papà, pure poveri in canna, meglio per voi se vi rassegnate e vivrete il resto della vostra vita più sereni.





























PB: Ma scusa caro Rrose perché vuoi impedirmi di percorrere e intraprendere la mia strada? Perché tenti di scoraggiarmi in codesto modo? Lascia che io sbagli come, probabilmente è successo pure a te, almeno qualche volta. In fin dei conti cosa ho da perdere? Un po' di serenità? Si forse tendenzialmente potrei vivere più tranquillo e sarei un po' meno incazzato, ma quanto più noiosa sarebbe la mia esistenza?

MD: Va bene, va bene e allora non ti lamentare e non andare in giro a lagnarti, e sopratutto smettila di compiangerti in ogni momento, diventi patetico.

PB: E no! Caro il mio Sélavy questo non l'accetto, a me patetico tu non me lo dici, non me lo puoi dire tu che avevi detto che con l'arte avevi chiuso per dedicarti solo agli scacchi, e invece poi sei tornato alla carica. A me non mi azzittiscono, io mi lamento quanto mi pare piace e anzi ho più volte fatto diventare tutto questo proprio un’opera d'arte.

MD: Io invece penso che se stessi un po' in silenzio non ti farebbe male.

PB: Proprio no! Caro il mio Duchamp io non sto affatto in silenzio e "Silenzio è Morto" come ho già spiegato e tu invece preoccupati del tuo amico che sostiene che il tuo silenzio è sopravvalutato.





























MD: Si! Buono quel Joseph Beuys lasciati servire che da qua su, che la vista è ottima ne ho viste di belle su di lui e di quello che dicono del suo lavoro, ma questa è un’altra storia ed è meglio non allargare troppo il cerchio della discussione, già troppo ampio a mio parere, per cui fai quello che vuoi. Io ho provato a darti qualche consiglio ma in verità devo dirti che apprezzo il fatto che tu voglia fare di testa tua, come del resto ho sempre fatto pure, salvo quella storia delle sculture del Brancusi che per dare retta a lui ci ho rimesso un sacco di soldi.

PB: Eh! Si bravo caro M.D. questa è una cosa che mi sono chiesto più volte anche io e di cui non mi capacito. Non sono riuscito a capire... che favori così grandi aveva mai fatto lui per te? Cosa aveva mai fatto di così importante per te il Constantin per costringerti quasi a indebitarti pur di farti comprare tutte quelle sue sculture? E il fatto che l'hai fatto per amicizia e stima nei suoi confronti non ci ho mai creduto neanche un po'.

MD: Questo caro Borest non posso dirtelo ora ma se ti informi vedrai che da qualche parte alcune informazioni le puoi trovare.


PB: Si! Vabbè mo mi metto a fare in detective... e chissà potrebbe proprio essere questa "l'immancabile eclatante scoperta" di cui parlo nel mio articolo? Anzi lo sai che ti dico? La cosa mi intriga parecchio e quasi quasi se trovo qualcosa sai che faccio? Scrivo un libro su di te, così troverò finalmente qualcuno che mi paghi almeno un minimo per il mio lavoro intellettuale mai retribuito.

MD: Ecco bravo incomincia a portare qualche frutto a casa di tutto questo tuo fin ora inutile fare, fare, fare... allora da me non hai imparato proprio niente? Si può ottenere molto con molto poco, basta saperci fare. Ah senti ma dove trovo questo tuo fantomatico articolo che mi sono incuriosito e voglio leggerlo?

PB: Questo per me è un grande onore maestro... ecco lo trova qui:
http://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2016/04/marcel-duchamp-secondo-pino-boresta/
























In foto:
- Gruppo di smorfie adesive.
- Un mio Autoritratto digitale (una mia opera).
- Ritratto digitale di Marcel Duchamp in versione Rrose Sélavy (una mia opera).
- Ritratto digitale di Joseph Beuys (una mia opera della serie AQPAC)
- Un mio omaggio a Costantin Brancusi (una mia opera).
- Foto opera composizione di un ritratto di Duchamp.

Il Boresta Parlante



Vantaggi di un outsider  





“Quello che dicono i galleristi per vendere” è questo il titolo del nuovo libro di Francesco Bonami? No! Non lo so, o forse si? Forse potrebbe essere lo spunto per il prossimo lavoro editoriale? Comunque quello che mi preme ora e che vorrei precisare con il seguente scritto, riguarda quello che dico nel video (in maniera forse un po’ semplicistica e disarticolata) fatto ad Artissima nel 2015 da Dionigi Mattia Gagliardi e Jacopo Natoli per il progetto Nodes. Quello da me sostenuto non è un feroce attacco ai galleristi, ma piuttosto un elogio a questi. Quando affermo che il lavoro dei galleristi è necessario, indispensabile e addirittura insostituibile, lo credo realmente e non vedo per quale motivo dovrei aver paura (come l’hanno in molti) di dire che ci sono alcuni galleristi che fanno questo lavoro in maniera ridicola raccontando ai loro avventori e possibili collezionisti un sacco di panzane sugli artisti e le opere. Così come allo stesso tempo ci sono galleristi, invece, che sono molto bravi e professionali. Forse per timore di ritorsioni? 


























Gli artisti si guardano bene dal dire apertamente quello che pensano dei galleristi perché hanno paura delle conseguenze, di essere esclusi, emarginati. I direttori di giornali (e le redazioni) non parlano mai delle gallerie in maniera critica perché non vogliono rischiare di perdere la vendita di pagine pubblicitarie, grazie alle quali riescono a sopravvivere, specialmente in periodi di crisi come quello che stiamo vivendo. I curatori evitano accuratamente ogni sorta di commento sui galleristi onde non perdere territorio con e nel quale avere la possibilità di lavorare. I critici a dispetto della loro origine etimologica (critico = colui che esercita l’arte critica di giudicare secondo i principi del vero, del buono e del bello) spesso si guardano bene dall’esercitare la loro professione nei confronti dei galleristi che sono il loro pane quotidiano. 



























I direttori dei musei, sempre particolarmente attenti a non farsi nemici, non li sentirai mai confessare collaborazioni mal riuscite con l’uno o tal altro gallerista. I collezionisti, che forse qualcosa da dire su alcuni galleristi l’avrebbero pure, per loro stessa natura sono gentiluomini o donne che risolvono le questioni con estrema cautela e in genere nulla viene mai fuori ufficialmente, ma tutto rimane dentro quattro mura nella discrezione più assoluta. Insomma parrebbe che tutti evitino meticolosamente di parlare in maniera approfondita e seria di questa categoria, tanto che sembra essere diventata una sorta di casta degli intoccabili, ma questo non li avvantaggia, anzi tutt’altro. 



























Io credo che una sana e costruttiva riflessione sul lavoro dei galleristi (in particolare italiani), non solo sarebbe necessaria, ma andrebbe fatta quanto prima. Potrebbe essere proprio questo uno dei motivi della crisi profonda di molte fiere d’arte italiana, e il perché in una capitale come Roma non si riesce a farne una degna di questa città. Il dibattito andrebbe aperto esaminato e studiato affinché i galleristi possano lavorare meglio e più proficuamente a vantaggio non solo loro, ma degli artisti e di tutto il sistema dell’arte. Arroccarsi in una torre d’avorio ed evitare qualsiasi confronto costruttivo, avvolte anche in maniera tracotante, solo perché, come giustamente ritengono,  sono il perno economico insostituibile intorno al quale tutto Art System gira, non li aiuta a risolvere i loro problemi e tutto il resto della filiera inevitabilmente ne soffre e continuerà a subirne le conseguenze. 

























Insomma c’è l’artista che va in giro per gli stand della fiera a dire “Io ti ho sempre difeso, te lo giuro” alla gallerista di turno per procurarsi un posticino al sole, e chi invece pur sapendo di farsi altri e sempre nuovi nemici tenta in qualche modo di mettere in luce una preoccupazione diffusa ai fini di un’analisi più attenta del comparto arte contemporanea, indicando ed evidenziando senza pretese un problema. E se per questo sarò odiato e ostracizzato ancora di più, fate pure, tanto io sto già pagando a caro prezzo la mia volontà di dire e agire in libertà, essere un outsider qualche vantaggio dovrà pure averlo?























Pubblicato sul sito di “Artribune” il 10 febbraio 2016


Questo il cappello a cura della redazione: 
Pino Boresta è l’antesignano di tutti gli stencil artist nostrani e non solo. Ma cosa pensa della categoria dei galleristi? Il Boresta pensiero lo trovate qui. E non sono rose e fiori.
M.E.G.


Qui il link del video:

https://www.youtube.com/watch?v=HFPWJwWi72s 


In foto: 
- Il Boresta Parlante (una mia opera ad olio pubblicata anche su Juliet n.161 e su ARIA n.3, qui rivisitata per questa pubblicazione).
- Testamenti, una serie di mie opere digitali.
- Ritratto digitale di gruppo, da sinistra a destra: Jacopo Natoli, Manuel Focaret e Dionigi Mattia Gagliardi (una mia opera).

Io ce l'ho piccolo




Clandestinità come vocazione?



Il mio è più grosso, il mio è più largo, il mio è più lungo, calma, calma, calma, tranquilli, sereni, state sereni, sto parlando dei lavori del MAAM, che fanno a gara per essere più gradi di quello accanto, o più monumentali di qualsiasi altra opera li presente. Io invece ce l'ho piccolo, e parlo sempre di opere d’arte sia ben chiaro, ho voluto, anche qui al MAAM, continuare a conservare il mio status di clandestinità. Infatti, pur conoscendo e frequentando il Metropoliz quasi fin dagli albori, non ho mai in realtà organizzato per il MAAM nessun tipo di evento speciale o intervento ad hoc, escluso la realizzazione, con gli abitanti di Metropoliz, di una torta per festeggiare il gemellaggio tra il MAAM e ARIA. 



























ARIA è una rivista underground di cui sono stato uno dei fondatori, e alla quale ha collaborato per un certo periodo anche Giorgio de Finis. Contenendo il mio ego tendente all’espansione a vantaggio della disseminazione, ho voluto anche al MAAM tenere fede al mio modus operandi, non per disistima nei confronti di Giorgio, un amico che stimo e di cui ammiro l’enorme lavoro, quasi miracoloso, da lui compiuto a Metropoliz, ma per una coerenza nei confronti di questo mio lavoro o meglio di questo mio intervento urbano, di cui ho voluto mantenere la peculiarità nell’attaccare qua e là piccoli adesivi rifugiati in nicchie, ospitati in ripostigli o nascosti in qualche cantone, per essere scovati solo dai visitatori più attenti, come in una caccia al tesoro. 


























Per questo sono stato piacevolmente sorpreso quando ho scoperto, di essere presente con un mio intervento all’interno di quello che a tutti gli effetti credo si possa considerare un primo catalogo del MAAM. Una bella foto di due etichette interattive del progetto “CUS – Cerca e Usa la Smorfia”, una in italiano e una in inglese attaccate su due grossi interruttori elettrici celesti affiancati.


























Esercitare la stessa modalità d’azione in questo, che sicuramente non è un museo come tutti gli altri, agendo in forma abusiva (la quale avrebbe anche potuto venire meno, poiché non necessaria né richiesta) o in semi-clandestina esattamente allo stesso modo di come avrei fatto in un museo istituzionale, mi ha garantito quella riconoscibilità necessaria affinché questo tipo d’intervento funzionasse esattamente come mi aspettavo, riuscendo allo stesso tempo a dimostrare, grazie al MAAM, che se si ama il lavoro di un artista, non ci sono limiti architettonici, strutturali o di qualsiasi altro genere che possano impedire a un artista di un certo tipo, di essere presente in qualsiasi contesto e spazio. Per cui, lunga vita al MAAM, e ai miei adesivi che già si stanno deteriorando, ma anche questo fa parte del gioco. 





Pubblicato sul sito di “Artribune” il 25 luglio  2015


Questo il cappello a cura della redazione: 

Rimaniamo interdetti in redazione: l’antispam ha fatto cilecca ancora una volta: Poi però vediamo il mittente: non si puo filtrare Pino Boresta, anche quando usa un oggetto del genere via mail. E allora ecco a voi come presenta il suo lavoro al MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz.
M.E.G.


In foto: 

Io in azione al MAAM ed adesivi CUS attaccati qua e là al Metropoliz. 
Io mentre leggo il mio intervento al MACRO (l’ultima foto).

Dove sono gli artisti?


Cosa fanno gli artisti?



























Chi è artista?  Cosa fanno gli artisti? Cosa significa essere artisti? Dove sono gli artisti? Cosa pensano gli artisti? Che cosa pensano gli artisti di tutti questi extracomunitari? Che cosa pensano per esempio gli artisti di tutti questi cattivoni ai semafori?  

Breve Bollettino:   

Intervento Urbano: non autorizzato.
Città: Roma.
Titolo dell’intervento: L.N.P. - Lavavetri Not Profit. 
Giorno dell’azione: 27 ottobre 2001.
Orario: dalle ore 9,30 alle 12,30.
Luogo: davanti al carcere delle mantellate, ai semafori situati all'incrocio tra lungotevere Gianicolense e Ponte Mazzini.               
Performer: due, io e il mio amico Al.                                                           
Materiali usati per la performance: due spazzole, un secchio, un panno, due magliette con le seguenti scritte "Lavavetri a gratis" e  "Lavavetri con offerta". 
Affluenza degli addetti ai lavori e pubblico dell’arte: scarsa ma attenta.                                                                  
Partecipazione della gente: tutta quella che circolava, e molto incuriosita.
Impatto sociale dell'azione: nullo, ma il tempo mi ha dato ragione. 
Guadagnato: 40.000 lire tutte devolute all’extracomunitario del Bangla Desh, Mo Mohshin Al Amin alle quali ho aggiunto 50.000 lire di mio. 
Soddisfazione del mio nuovo amico musulmano: molta.
Esperienza personale: enorme e a forte impatto emotivo.
Documentazione: filmata e fotografica e ora anche scritta. 
Scritti: articolo di Pablo Echaurren sulla rivista “Carta” qualche settimana prima dell’intervento.
Giudizio globale sull'evento: positivo per ciò che mi concerne, ma giudicate voi.



















I fatti: Durante la performance L.N.P. – Lavavetri Not Profit eseguita dalle ore 9.30 alle 12.30 presso i semafori situati all'incrocio tra lungotevere Gianicolense e Ponte Mazzini indossavo una maglietta con la scritta “LAVAVETRI A GRATIS” e il mio compagno extracomunitario un altra con la scritta “LAVAVETRI CON OFFERTA”.

Scenario: Auto ferme al semaforo mentre noi ci muovevamo tra queste in cerca di potenziali clienti disposti a farsi pulire il parabrezza. Le donne erano le più tolleranti, ma la maggior parte delle facce dietro quei parabrezza erano facce incazzate. E si,  perché tutti gli autisti sanno bene che il minimo accenno di un sorriso allo spazzolatore abusivo sarebbe stato interpretato come segnale di debolezza, dando il via libera (senza possibilità di scampo) all’azione di pulizia non richiesta. E allora eccoli lì tutti accessoriati di faccia ultra seria, una faccia di-serie come se l’avessero acquistata insieme all’automobile. Facce impassibili, studiate, valutate e calibrate allo specchietto. Facce irritate, stizzite, nervose, imbronciate, arrabbiate. Facce incazzate:  con noi, con gli altri, con se stessi con il mondo intero. Ma lì c’eravamo noi quindi il “Vaffanculo” di ordinanza senza possibilità di replica ce lo cuccavamo noi. Mentre le appendici verbali che seguivano erano variabili: “Ma vai a lavorare”, “Ma torna a casa tua”, “Togliti dalle palle”, “Se mi sfiori il vetro ti rompo il culo”. 




















Coloro che invece, immediatamente, scoprivano la scritta sulla maglietta rimanevano interdetti, dimostrandosi più tolleranti. Taluni erano divertiti e qualcuno addirittura riconoscente per avergli stimolato e arricchito la giornata, arricchendo pure noi grazie alla loro generosità. Probabilmente questa situazione detournante li intrigava a tal punto di disporli al meglio pur di avere qualche informazione sulla curiosa iniziativa, ma noi eravamo sempre di poche parole, io per scelta, l’indiano per contratto. Cosa curiosa: anche alcuni motociclisti che non avevano usufruito del nostro servizio hanno voluto comunque lasciarci dei soldi, forse erano dei performer anche loro?




























“Non posso nascondere che questa prova di vita alla quale mi sono sottoposto mi ha procurato un forte impatto emotivo superiore a quello da me preventivato. Infatti, credo di aver fatto una scorta di emozioni e umiliazioni che mi resterà utile per il resto della vita. Le peggiori mortificazioni avvenivano, più che da gesti e parole, da impercettibili espressioni del viso che in un istante ti annichilivano e avvilivano più di qualsiasi rimprovero. Nonostante che nella mia vita sia incappato altre volte, volontariamente e involontariamente, in situazioni scomode ai margini della dignità, questa esperienza ha contribuito più di ogni altra ad arricchire la mia coscienza e affinare la mia sensibilità nei confronti del pensiero facile, spesso grottescamente condito da banali affermazioni, per questo penso che un’esperienza del genere non farebbe male a qualcuno dei nostri politici”.
Questo qui sopra è quello che ho scritto nell’ottobre 2001 al mio amico Pablo Echaurren insieme al resoconto/racconto per l’intervento urbano che lui stesso aveva annunciato in un suo articolo sulla rivista "Carta" n.15 del 18/25 ottobre 2001 e in seguito apparso anche su vari siti Internet. Ho dovuto aspettare sei anni tondi tondi perché il mio desiderio si realizzasse e vedere un vero politico in carne ossa calarsi nelle vesti di un lavavetri, anche se non è stato chi speravo io, quello che fa tutti i mestieri, avete capito no?  




















Lo ha fatto un sottosegretario all'Economia Paolo Cento deputato dei Verdi che al semaforo di Piazza San Giovanni in Laterano (a Roma) pulì il parabrezza a una decina di automobilisti per protestare contro i provvedimenti anti-lavavetri messi in atto a Firenze il 31 agosto 2007 dal sindaco di allora.  
Come poi andò a finire non lo ricordo ma ricordo che uno degli assessori del capoluogo toscano disse: “questi lavavetri abusivi ti mettono direttamente la spugna sul parabrezza e a volte nascono discussioni e alterchi, che nel caso di donne sole in auto possono diventare pericolosi”, e per questo asserì che si era reso necessario tale provvedimento. Ma la mia esperienza diretta, di chi nei panni dell’altro ci si è messo, ha rilevato ben altro. Bisogna smettere di ergersi a valorosi difensori delle donne solo per le banalità, bisogna sostenere le donne in battaglie ben più importanti e la cronaca di questi ultimi tempi ne è la prova lampante. Sono ben altre l’entità da cui andrebbero protette le donne più che da quei cattivoni dei lavavetri. Io uno di quei cattivoni l’ho conosciuto si chiamava Mo Mohshin l'ho incontrato al semaforo di Via Ugo de Carolis all'incrocio con via Damiano Chiesa alla Balduina (un quartiere della Roma bene). L’ho arruolato la mattina stessa del giorno in cui avevo deciso di fare l'Intervento Urbano dopo che l'altro extracomunitario con il quale avevo preso accordi una settimana prima non si presentò all'appuntamento. Al Amin era appena arrivato da pochi giorni da Dhaka, sua città natale, e stava svolgendo il suo apprendistato al semaforo con un compagno più esperto. 



























Al parlava un inglese stentato, indice del fatto che apparteneva a una casta sociale molto bassa , visto che in genere i cittadini dell’ex impero Britannico (anche asiatico) parlano in genere un buon Inglese. Riuscii comunque con l’aiuto del suo amico a farmi capire poiché quello che doveva fare era molto semplice, e cioè infilarsi una maglietta e pulire i vetri alle auto come già faceva, a dire il vero in maniera ancora inesperta. Amin ha accettato subito e di buon grato di partecipare all'azione urbana, che in realtà per lui era solo un lavoro. Il suo atteggiamento all'inizio della performance (e anche il mio) è stato piuttosto timoroso, ma con spirito d’animo e gioco di squadra  abbiamo trovato la giusta e necessaria fiducia in noi e nelle nostre possibilità.  Infatti, nonostante alcune scoraggianti umiliazioni siamo riusciti a farci forza con dei semplici sguardi reciproci e a trovare il necessario coraggio per superare così tutte le difficoltà e quando il nostro affiatamento diventò assoluto niente e nessuno poté più fermarci. 



























Mo Mohshin calmo e taciturno non parlava volentieri di se stesso né della sua numerosa famiglia, ma aveva una voglia di fare e imparare che avrebbero fatto felice qualsiasi datore di lavoro.  Al termine della nostra azione l’ho accompagnato a casa. Viveva in un appartamento alla Pineta Sacchetti (un quartiere popolare di Roma), insieme con altre 15 persone. Prima dell’addio ho preso dal portafoglio 50.000 lire, lui con un sorriso che gli illuminò il volto le aggiunse ai soldi guadagnati insieme e mi chiese se nei giorni seguenti avessi ancora avuto bisogno di lui. Io non avendo il coraggio di confessargli la verità gli risposi “forse!”.  Prima di andar via avrei voluto abbracciarlo ma non l’ho fatto. Non ci siamo mai più rivisti, e al semaforo, dove ci siamo conosciuti, non ho più visto né lui né il suo amico. Da allora ogni volta che passo di lì non posso fare a meno di chiedermi “Dove sarà andato a sfidare la vita, il mio amico musulmano?”. Ecco, essere artisti significa anche questo, assumere posizioni scomode, dire e fare quello che si ritiene più giusto nella certezza che servirà a qualcosa.












Pubblicato sul sito di “Artribune” il 10 ottobre 2015


Questo il cappello a cura della redazione: 
Chi è artista?  Cosa fanno gli artisti? Cosa significa essere artisti? Dove sono gli artisti? Cosa pensano gli artisti? Che cosa pensano gli artisti di tutti questi extracomunitari? Un testo di Pino Boresta, su una performance ancora attualissima.
M.E.G.



In foto: 
- Io ed Al a lavoro (fotocomposizione).
- Io ed Al a lavoro mentre gli passo una spugnetta.
- Al mentre pulisce un parabrezza.
- Ritratto digitale di Pablo Echaurren (una mia opera della serie AQPAC).
- Io mentre cerco clienti.
- Io ed Al durante una pausa.
- Io ed Al pronti per la performance dello sciuscià eseguita nel pomeriggio dello stesso giorno alla Galleria Colonna di via del Corso sempre a Roma.
- Il politico Paolo Cento.